Qualcosa da prendere sul serio
«È troppo tempo che sei lontano, Is.»
Is tentò di ricordare se in qualche momento della vita fosse stato felice. In qualche modo, se ora si accorgeva di sentirsi male, si poteva presumere che lo fosse stato, altrimenti non avrebbe potuto accorgersi della differenza. In qualche altro modo, il solo gironzolare con la mente attorno ai buchi neri che sostituivano quei ricordi di pace gli procurava un dolore tale da costringerlo a distogliere l’attenzione su qualcosa di stupido, come per esempio una qualche paranoia ciclica. Qualcosa da prendere sul serio.
Corrispondenze. Svuotare la mente. Non osservare il disastro, è un disastro finto. Nella realtà la navetta procede alla solita velocità verso la terra, e non è successo nessun incidente, nessuno scontro con il cargo spaziale. Il cargo abbandonato, anch’esso un illusione generata dalla solitudine.
«Passerai qui il resto della tua vita, Is. È meglio che dimentichi, come ho fatto io. La colonia non è poi male.»
Cliccò su una sequenza di brani musicali dal monitor di bordo cercando di lasciare il più possibile la scelta al caso e diede il via alla riproduzione.
Il contenitore sigillato pieno di whiskey era immobile contro le onde sonore della musica. Qualcosa di fermo. Qualcosa da prendere sul serio.
Le energie sembravano abbandonarlo completamente. Quasi impossibile compiere il minimo movimento.
Sorseggiò dalla cannuccia. Non avrebbe saputo dire se stesse sognando, chi fosse, se fosse mai esistito, se fosse mai esistito qualcosa. Sullo schermo si vedeva solo buio e qualche stella lontana, troppo lontana. Forse c’erano sempre stati solo Is e la navetta. Ora la navetta era incagliata in un cargo spaziale abbandonato a due anni luce dalla terra, con i reattori distrutti. La strumentazione funzionava ancora piuttosto bene.
«Da quando siamo qui non ricordo di averti visto prendere qualcosa sul serio, Is.»
La navetta procedeva verso la terra, e i sistemi di ibernazione si sarebbero riattivati, e fino ad allora le flebo sarebbero bastate. Un piccolo sonno, solo un piccolo sonno e si sarebbe trovato a galleggiare nell’oceano pacifico, e la capsula avrebbe trasmesso segnali e si sarebbe trovato su un canotto infreddolito e poi le avrebbe riviste, le avrebbe riviste e le avrebbe abbracciate e lei avrebbe sorriso.
Vedeva la realtà attraverso quegli schermi da un tempo indefinito, ammesso che la realtà fosse mai esistita, ma in caso contrario che ci faceva una coscienza pensante sospesa nel nulla, e cos’erano gli oggetti che il suo corpo, se era il suo, stava toccando? Sullo schermo c’era la foto di Alba, con in braccio la piccola Soledad. La navetta procedeva verso di loro.
«Perché non vuoi combattere per il tuo Dio?»
C’era un tempo in cui credeva esistesse davvero, su una nuvola. Questo lo ricordava. Poi pensò esistesse uno spirito universale che pervadeva la realtà. Qualcosa che potesse chiamare vita, che potesse chiamare in causa la vita.
Respirò a fondo. La riserva di ossigeno sarebbe bastata. Se il computer non l’aveva ancora ibernato e gli consentiva di respirare allora c’era un motivo, forse era già vicino a casa, e si era già svegliato. Forse mancava poco. Più probabilmente stava sognando. Ma in questo sogno non accadeva nulla. Solo interno-navetta e silenzio e vuoto nero con qualche stella lontana e irraggiungibile. Nessuna metafora, nessun personaggio, nessuna vicenda. Come sogno era piuttosto inutile. Non accadeva niente, per quanto si sforzasse di inventare cose.
Secondo gli studi che aveva letto nella colonia penale, avrebbe già dovuto essere impazzito. Era solo e disperso nell’universo, la salvezza era lontana, anzi impossibile, dato che la sua nave era incagliata contro un pesante cargo alla deriva, e il sistema di ibernazione era saltato, o la navetta aveva ormai esaurito le risorse. Rimaneva solo l’ossigeno.
«Non puoi andare avanti così, Is. Devi costruire qualcosa, fermarti.»
Is non era ancora impazzito.
E presto sarebbe stato a casa. Doveva rilassarsi. Sorseggiò un altro goccio di whiskey. Il player della consolle stava suonando zombie dei cranberries. A Is piaceva la musica pre-disseminazione. Ascoltava solo quella. Anche se era a soli due canali. In your head they’re still fighting. With their tanks and their bombs.. E ancora combattevano nella testa di Is, gli avversari di dimenticate illuminazioni, nella guerra interplanetaria scatenata dai cristiani contro i pianeti islamici. La guerra che Is aveva disertato. Ma la terra era stata occupata.
«In quale Dio credi, Is? Credi in Dio, vero Is?»
La vita di Is non era finita, anche se si trovava così lontano sarebbe tornato. Sarebbe tornato da lei e dalla piccola Soledad. Alla piccola aveva promesso. Aveva intrecciato i suoi riccioloni biondi nella mano e Soledad aveva sorriso col sorriso della madre, e Is aveva promesso a se stesso di non tradire la sua fiducia, ed ebbe una paura immensa di poterla tradire. Di non essere all’altezza di ciò che stava promettendo. Come era sempre stato con Alba. Ma Alba l’aveva sposata. E Is sarebbe tornato dallo spazio, come aveva promesso alla sua bambina.
«Rilassati, accetta la situazione. Non hai nulla per cui valga la pena di rischiare la vita fuggendo di qui. I robo-pulitori ti elimineranno.»
Se solo fosse stato certo di esistere avrebbe fatto qualcosa. Avrebbe preso i comandi della nave e l’avrebbe guidata, a costo di arrivare a casa come uno scheletro. La piccola avrebbe saputo che papà stava tornando, per lei, per la mamma.
Ma ora Is era per sempre sospeso in un momento senza tempo, in un sole che non tramonterà mai, negli occhi di Alba.
«Rovescerei il mondo. Sposterei l’orbita terrestre, se ciò servisse per poter stare con te.»
I cranberries continuavano a suonare, salvation, salvation. La canzone orbitava attorno ai buchi neri dei suoi ricordi di pace. Un forte dolore allo stomaco. “dove sei?” gli sembrò di sentire una voce. Si chiese cosa avrebbe dovuto fare, ormai.
«Tornerò sempre da te.»
Is prese in mano i comandi della navetta e sentì uno stridio metallico. Si stava spostando. Forse un motore era ancora attivo. Vi fu una collisione che lo spinse quasi a sbattere la testa contro la consolle, poi la navetta ruotò di 90 gradi a sinistra e nello schermo Is vide una grande superficie metallica. Il cargo. Non era un illusione. Vide il cargo allontanarsi, mentre la navetta si allontanava dalla carcassa. Più la nave si allontanava dal punto di collisione più risultava visibile la superficie di un pianeta. Poi un orizzonte curvo, grigio.
La navetta si allontanò ancora in retromarcia. Is non sapeva se era veramente vivo, non sapeva se la realtà fosse mai esistita, ma di una cosa era certo: il piccolo pianeta che appariva nella consolle di comando della sua nave era la Luna.
Dedicato a Nuvola d’Oro
© 2001 Stefano Wo
di stefanowo | 02/02/2004