02/02/2004

Stella Bianca

Questa sera c’è l’eclissi di luna, e prima l’ombra di questa terra la abbandoni, spegnete le vostre luci elettriche e accendete le candele, perché voglio raccontarvi una storia accaduta tanto, tanto tempo fa, quando ancora gli uomini parlavano alle stelle e la luna era l’unica dea che dominava la notte. È la storia di una principessa che non sapeva di esserlo e di un principe triste che non voleva diventare re, ed è la storia di due regni che si combattevano e di sovrani che non potevano avere pace per il loro animo, né per il proprio popolo.
-.-.-.-.-
C’era una volta una piccola principessa. La luna piena brillava nel cielo nero, lasciandola unica stella della notte, mentre nasceva dipinta dal sangue come una guerriera selvaggia, urlando al mondo il suo primo respiro in una stanza segreta del Castello di Wodahs, nelle antiche fredde terre del nord. Fu lavata dalle levatrici, avvolta in una piccola coperta e portata al fianco della madre. Con il viso di fronte a quello di lei, la bambina aprì per la prima volta i due occhietti azzurri come il cielo, e la regina Lilith sorrise e pianse, parlando agli occhi di sua figlia: – Avrai il nome di un fiore, di un fiore che nasce di Maggio, perché sei il fiore che ha illuminato la mia Notte. – Poi si rivolse alle altre donne, sempre guardando negli occhi la figlia: – Ma nessuno dovrà sapere, del fiore stanotte sbocciato tra queste fredde mura, da voi dolcemente curato, da me dolcemente… amato. – è tutto passato, piccola Ailhad. Il peggio è passato.
§
E l’estate passò, nelle terre di Wodahs. Le levatrici si prendevano cura della piccola Ailhad, e Lilith curava il peso che aveva nel cuore. Quel pomeriggio camminava lungo le alte mura del castello, guardando oltre la pianura verso le montagne lontane, mentre il vento la scuoteva in tremiti che ormai sapeva sopportare. Era un pomeriggio di sole, ma già l’aria aveva un odore diverso, ed il vento soffiava deciso a spazzare via il ricordo della stagione estiva, passata per lei nell’atmosfera protetta dei locali ombrosi del castello, per il re Oire nelle interminabili battute di caccia sotto gli alberi ombrosi dei boschi dell’ovest. Oltre le montagne, il dominio di Th-gil. Il popolo di Gil. In passato, sulla pianura, molto sangue era stato versato nel corso di cruente battaglie. Sembrava ancora di vedere, in corazze lucenti che brillavano al sole, gli odiati cavalieri avanzare verso il castello. Ogni riflesso delle loro armature era stato uno spillo negli occhi neri della regina, mentre seguiva le battaglie dall’alto delle mura, incurante delle frecce. Insieme a quella luce portavano la morte. Ricordava ancora bene la paura di quei giorni. I giliani erano ciò che la regina maggiormente odiava. Dicevano di voler stabilire un regno di pace, ma Lilith sapeva quali e quante indicibili sofferenze quella pace sarebbe costata. Mai, avrebbe permesso anche ad uno solo di loro di profanare l’armonia del suo regno. Avrebbe dato la vita per questo, se solo fosse stata certa che il suo re barbuto e accomodante avrebbe poi continuato a combatterli. Anche adesso, che guardava ancora quegli eventi con gli occhi della memoria, mentre cavalieri fantasma continuavano a combattere nella grande pianura a sud del castello, sentiva un poco quegli spilli negli occhi. Ma quel peso non lo poteva guardare. Circondato da nebbie era il cuore della dolce Regina di Wodahs, capelli neri come la notte e sguardo fiero come l’alba, ormai donna e ancora ragazza, dai lineamenti decisi e dalle labbra lisce. Quello stesso sguardo non si abbassò, quando sulla torre a sud comparve la strega Ethiw, il vestito bianco immobile contro il vento. Solo, il cuore della regina sembrò fermarsi. E in un battito delle sue lunghe ciglia nere, la strega era sparita. Lilith rabbrividì aggrottando la fronte e stringendosi nel mantello, ma non fu il freddo portato dal vento, che soffiava costante. Lentamente, parole ascoltate in sogno si fecero strada nella sua mente, ed un crescente dolore nel suo petto. La maledizione pronunciata dalla strega nel sogno di un anno prima. La ricordò parola per parola, sebbene pensasse di averla dimenticata. – Partorirai una bambina, in notte di luna piena. In maggio, il tuo ventre la darà alla luce. Ma se principessa ella diverrà, avrete solo dolore, perché è nato stamattina colui che è destinato ad amarla, ed egli è il principe del Regno di Th-gil, e in questo giorno i loro destini ho legato con un incantesimo così potente che nemmeno l’antico Merlino potrebbe spezzare. Essendo nato oggi, ombra scura nella Luce, tra un anno meno due giorni nascerà tua figlia, stella chiara nella Notte. – Un mese dopo il sogno, a causa di una controversia sull’assegnazione di un terreno ai mezzadri, stava cercando nell’archivio del vecchio re un possibile precedente, un certo editto che le sembrava di ricordare. Mentre visionava i fogli consunti e irrigiditi dall’umidità, trovò un documento evidentemente fuori posto; infatti, anche se il testo e le firme regali a fondo pagina erano quasi illeggibili, si capiva che doveva essere un antico trattato di tregua tra i due regni confinanti. Continuando a fissare il foglio per tentare di decifrarlo, Lilith si alzò per rimetterlo al posto giusto, ma subito si fermò. Lo stemma del regno di Th-gil, la mezzaluna bianca, era ancora chiaramente visibile. Il disegno però era cambiato: sulla luna ora c’era una stella. Una stella nera. Il sole aveva già cominciato la sua lenta discesa e mentre le ombre si allungavano ancor di più all’interno del castello, il freddo si fece più pungente. Così Lilith si ritirò nelle calde stanze reali, accanto al calore del fuoco, nella dolce oscurità accarezzata dalla danza delle fiamme e delle ombre. Sulla sedia di fianco, alcuni fogli sparsi. Le piaceva leggere, ma i pochi libri della biblioteca del castello li aveva riletti tante volte, e solo raramente riusciva a farsene pervenire qualcuno nuovo dalle terre del sud. Le calde terre del sud in cui era nata. Le restavano solo i documenti storici, ma tra le righe di quegli editti, di quei resoconti, di quei contratti, lei riusciva ad immaginare i fatti che erano accaduti, e la sua mente volava e sfiorava storie di guerre, tradimenti e inganni, amori e sconfitte. Li immaginava tra le ombre della luce del camino. Dicevano che le stanze del palazzo di Th-gil fossero, per volere del re, illuminate a giorno, anche di notte, e che i battenti delle finestre venissero tenuti sempre aperti, anche nelle fredde giornate d’inverno. Lilith si chiese come facessero a sopportarlo. Dicevano che a volte il re avesse punito con la morte, la violazione di questo volere, e che un servo fosse stato accecato col fuoco, per aver avuto la negligenza di lasciare spegnere una sola torcia, nella sala del trono.
§
Passarono gli inverni, ed erano tempi di pace, perché per lungo tempo degli invasori ligiani non si seppe nulla, fino al punto che tutti sembrarono averli dimenticati. I pacifici abitanti di Wodahs non avevano alcuna intenzione di attaccare briga, ed il re Orie condivideva questo sentimento comune. Anche Lilith preferiva non smuovere le acque. La piccola Ailhad era stata cresciuta ignorando di essere la figlia della regina e del re, da colei che credeva sua madre, ovvero Gaia, la vedova del vecchio consigliere reale morto un mese prima della nascita di Ailhad, la sola persona ad essere a Lilith così fedele e amica da accettare questo peso senza dirlo a nessuno, senza nemmeno voler sapere tutta la verità. In realtà Gaia pensava che la bambina fosse una figlia illegittima, tenuta nascosta dal re e dalla regina per non pregiudicare la rispettabilità delle cariche che ricoprivano, e con esse la fiducia dei sudditi verso la corona. Invece nemmeno Oire sapeva. Quando la bambina nacque, il re era in viaggio da mesi nelle terre del sud, per partecipare ad un importante incontro diplomatico, e non sapeva nulla della gravidanza. Lilith passò i mesi che precedettero l’estate a scucire da tutti gli stemmi reali, sottratti in segreto, la stella bianca apparsa in mezzo al simbolo della luna nera. Fece forgiare nuovi scudi e cucire un nuovo stendardo. Quando tornò, il re fu solo contento di questo grande rinnovamento disposto dalla regina e non ebbe nulla da obbiettare. Era uomo acuto ma semplice. Tuttavia la gente cominciava a parlarne, a bassa voce, perché la piccola difficilmente poteva passare inosservata. Aveva infatti la pelle bianca come nessun abitante di Wodahs, capelli biondi che splendevano al sole come una corona d’oro, occhi azzurri come il cielo d’estate. Per il resto era in tutto simile alla regina, ed anche il suo sorriso era lo stesso, forse ancor più bello, e cominciava ad incantare gli altri ragazzi come il sorriso di Lilith aveva incantato gli occhi del re, parecchio tempo dopo l’incoronazione. Ailhad aveva ora tredici anni. Ailhad non stava con i ragazzi della sua età, passava molto tempo in casa, davanti allo specchio o a dipingere, e spesso Lilith se la trovava a palazzo. – Mia Regina, chiedo il permesso di consultare un libro, nella biblioteca Reale, perché non ho ancora potuto terminare di leggerlo. – E Lilith, come sempre, acconsentiva, e riconosceva gli stessi occhi cui aveva parlato in quella notte di luna piena, e quando a volte Ailhad inclinava la testa di lato per scrutare questi pensieri della regina, aggrottando la fronte e stringendosi nel mantello, Lilith sentiva un impulso fortissimo ad abbracciarla, a raccontarle tutto. E sentiva tutta la pressione, sulla mente, di una forte intelligenza. Ma non poteva lasciarsi andare, e rispondeva alla richiesta. – Certo, piccola Ailhad, lo sai che puoi tornare quando vuoi, per questo. – Ma Ailhad, ogni volta, chiedeva. E ogni volta che riceveva l’approvazione, sorrideva alla regina e correva verso la biblioteca, e Lilith la seguiva con lo sguardo. A volte la fermava prima che uscisse, per chiederle che libro avesse letto, e un po’ parlavano, delle storie che lei stessa conosceva, scambiandosi opinioni e fantasie. Era questo il momento più bello per la regina, che si chiedeva come sarebbe stato, poterla avere con sé. Una volta, Lilith andò alla biblioteca dopo la visita di Ailhad, e trovò che aveva dimenticato diverse torce accese. Il salone era sempre immerso nella penombra, ma l’atmosfera era leggermente diversa, inusuale per quelle stanze. Anche se non aveva intenzione di sgridare la ragazza, la regina rimase lievemente turbata da questo fatto.
§
Passò un altro anno. Arrivò ancora l’inverno. Da un po’ di tempo, Ailhad aveva smesso di fare visita alla biblioteca, tanto che la regina si preoccupò, e fece chiamare Gaia a corte. Quando gli inservienti furono congedati, le due amiche si abbracciarono, lasciando cadere le formalità. – È molto freddo, quest’inverno, e mi sento molto sola. – disse la regina. Gaia sorrise. – Sai che Ailhad mi parla spesso di te? È così fiera di essere simpatica alla regina… penso ti veda come… una sorella più grande, più bella. Una persona da imitare. – – Questo non ti ferisce, Gaia? – disse Lilith ora seria, tenendole la mano. – Sono cose che avevo messo in conto, amica mia. E poi ad Ailhad manca un padre, e in parte ne sto facendo le veci. Quindi fra poco sentirà il bisogno di avere una persona con cui confidarsi, diversa da me. Ho la sensazione che dovrai vedertela tu. – Gaia sorrise di sottile malignità non celata. Questo ruolo di padre sembrava affrancarla da qualcosa che Lilith non conosceva. Lilith aggrottò la fronte. – Confidare cosa? – – La fanciulla ha un cuore, amica mia, ed è fatta di carne, ed i suoi occhi cominciano ad incontrare altri occhi. E sai bene quello che succede ad una ragazza della sua età. – Non lo sapeva. La sua infanzia era stata l’infanzia di una nobile, destinata al trono, vissuta nelle stanze dei palazzi. Non aveva nemmeno osato guardare un uomo, fino a che non fu sposata, con colui che ancora non amava, come era stato deciso fin dalla sua nascita. Lasciò la mano di Gaia. – Forse è meglio che ti illumini un poco, mia Regina. – disse Gaia vedendola silenziosa. Sorrise. – Ailhad si è innamorata per la prima volta, di un tipo a dire il vero abbastanza stupido. Ma lei non la vede così. È come impazzita, sta tutto il giorno in casa a scrivere, scrivere. Si ferma solo per guardarsi allo specchio, sorride, passa moltissimo tempo così, a pettinarsi. Chiude la porta, si butta sul letto, piange. – Gaia si fermò cercando l’ombra di un sorriso sulle labbra di Lilith. Non lo trovò e proseguì gesticolando. – Mi urla di andare via, dopo un po’ esce di nuovo sorridente e affamata. Non dorme la notte. A volte non mangia. Corre alla porta come se dovesse arrivare il Re in persona e torna in stanza delusa, perché era il garzone del lattaio, che tuttavia passa da anni alla stessa ora... altre volte potrebbe succedere di tutto, potrei urlarle nell’orecchio e lo stesso il suo sguardo rimarrebbe… come perso, nel vuoto. – dopo aver detto questo, il suo sorriso si spezzò, guardando Lilith che si girava per andare di fronte al fuoco. – Ti prego, Gaia, non dirmi altro. Non ora. – – Ma non puoi sempre fuggire, Lil, devi affrontare questa cosa. Vedrai, non è così difficile, anche se ufficialmente non si deve sapere, niente ti impedisce di.. – Gaia si fermò. Gli occhi della regina erano lucidi. – Vattene, te ne prego, non puoi sapere… non posso… – Lilith si interruppe, lo sguardo era sempre lontano da quello dell’amica. – Scusami, amica cara. Ti devo solo ringraziare per quello che hai fatto, che stai facendo. – Gaia la guardò a lungo, aspettando che alzasse lo sguardo, il suo sguardo fiero che conosceva bene. Ma questa volta non accadde. E se ne andò. Nello specchio, per un attimo, un vestito bianco. La strega Ethiw, luminosa come la luna, che aveva chiesto ospitalità nel suo regno e che lei aveva cacciato, tanti, tanti anni prima. Lilith sentì ancora quel peso, questa volta quasi schiacciarla. Ora sua figlia stava diventando la donna cui la profezia avrebbe portato tristezza: come aveva potuto evitare questa consapevolezza, nonostante lo sapesse? Come avrebbe potuto Ailhad evitare questa tristezza, senza sapere? E Lilith non poteva nemmeno aiutarla, lei che l’aveva condannata. Lil doveva assumersi la responsabilità di quella scelta fatta quattordici anni prima. Perché altrimenti il dolore sarebbe stato più grande. Sì, il dolore dalla quale l’avrebbe sempre protetta. Ora ne era certa. Avrebbe rispettato la maledizione che aveva dovuto accettare quattordici anni prima. Sua figlia non avrebbe mai saputo, avrebbe avuto un dolore minore, non avrebbe mai conosciuto il suo amore impossibile. Mai un giliano avrebbe camminato, sposo di sua figlia, nelle stanze del castello, mai avrebbe permesso che sua figlia andasse in sposa al futuro re di Th-gil. Lei lo sapeva, sarebbe stata una tremenda tortura, per la figlia di Wodahs, vivere nelle fredde e luminose stanze di Th-gil, come sapeva che mai nessun giliano avrebbe sopportato di vivere a Wodahs senza in cuor suo sperare di renderlo diverso, snaturarlo, violarlo, distruggerlo. No, mai nessun giliano avrebbe avuto sua figlia. Per gli stessi motivi due popoli non avrebbero mai potuto convivere. E Lilith avrebbe accettato quel peso nel petto poiché Ailhad, come principessa, avrebbe dovuto sacrificarsi per il suo popolo. Ma la regina Lilith non avrebbe sacrificato l’amore di sua figlia. E le stanze del castello di Wodahs, finché la Regina avesse vissuto, sarebbero rimaste sempre immerse nell’oscurità.
§
Mio amore Chiudi gli occhi A quella luce Accecante Così potrai vedere Me Che nella luce sparisco Che nel buio Sarò la tua stella Gaia appoggiò il foglio sulle ginocchia e sospirò. – Ailhad, ti rendi conto della persona a cui stai dedicando questi versi? – – Oh, sì, mamma, lui è… lui è… – – Lui è il figlio del maniscalco, Ailhad! E’ già tanto che conosca la differenza tra il giorno e la notte! – – Ma il suo lavoro è nobile mamma, come puoi parlarne così? Solo perché tu non hai avuto mai bisogno di lavorare, non puoi disprezzare gli altri che… – – Io cosa? – – Scusa Mamma, non volevo dire… – Gaia scosse il capo, e la ragazza guardò la finestra. – Ailhad, Sammy è un bravissimo ragazzo, lo so. Voglio dire che non potrai costringerlo a raccogliere frutti che non vorrà mangiare, e se vorrai farlo lo stesso sarai tu, a non rispettarlo. – – Ma io lo amo! – – Si amano tante cose, tante persone. Una ragazza deve scegliere, deve saper aspettare, sapersi negare. – alchè la ragazza assunse un’espressione dubbiosa, e la donna scosse la testa. – Immagina di fare un viaggio, per arrivare ad un bellissimo castello… – Gaia introdusse una pausa retorica, che ottenne l’effetto desiderato. La bella principessa Ailhad inclinò dolcemente la testa di lato, puntando le pupille nell’altra direzione. La madre adottiva proseguì. – …quel castello è il più bello del regno, e contiene tutte le cose che si possono desiderare, ma che solo tu potresti amare, e c’è un principe che ti aspetta, da sempre. – Attenzione di adolescente catturata. – Solo che nel viaggio, incontri un sacco di posti bellissimi, ed in ognuno ti vorresti fermare. Ogni volta, però, capisci che devi andare avanti. In uno, la gente non ti capisce, e non si accorge del posto magnifico in cui vive. In un altro ancora la gente è consapevole della bellezza, ma non ti vuole, ti guarda in modo strano. In un altro ti accolgono e ti accudiscono, ti offrono qualsiasi cosa, fino al punto che non vorresti andartene mai via. Ma ti annoi, cominci a trattarli male e presto devi ripartire. Poi arrivi nella città della gente astuta, che riesce ad ingannarti e a farti credere che il tuo viaggio sia giunto al termine. Le dolci bevande che ti preparano sono drogate, e ti fanno vedere cose che non esistono. E’ il momento più difficile. Devi ricordarti il motivo per cui ti eri messa in marcia. Devi usare tutte le tue forze. – – E se il castello non esistesse? – Alcuni istanti di silenzio. – Bambina. Tutto ciò in cui riesci a credere, esiste. Nient’altro. – – E io dovrei credere ad una cosa così stupida? – – No, stupidina, prima dovrai conoscere il significato della parola “metafora”. – – Io lo so cos’è una metafora! – – Certo, piccola, certo. – Quella notte Ailhad non riusciva a prendere sonno; così, facendo molta attenzione a non fare alcun rumore, andò in solaio a rovistare tra i ricordi del Consigliere. Le piaceva andare lì e lo faceva spesso. Cercava una traccia, una qualche indicazione. Perché non sapeva più chi fosse. E quella notte la trovò. Nel baule dell’uniforme. In una tasca interna. Era rimasta nascosta lì. Strinse tra le mani la collana con appeso il vecchio stemma reale, appartenuto a quello che credeva essere stato suo padre, tenendo il pendolo davanti agli occhi. Si chiese perché prima fosse diverso, perché poi avessero eliminato la stella bianca. Per qualche minuto restò immobile a guardare la finestrella che dava all’esterno, poi mise a posto tutte le cose esattamente come le aveva trovate e scese, pensando che il furto di un oggetto dimenticato non sarebbe mai stato scoperto. Infondo era giusto che fosse suo, ora. Lo strinse con forza, nella tasca della vestaglia. Sì, lo sentiva proprio suo, l’avrebbe sempre portato con sé. La mattina dopo, interrogò Gaia: – Mamma, ma lo stemma reale è sempre stato così, una mezzaluna nera? – – Certo piccola, che domande stupide! – disse mentre stava impastando il pane per la sera. – Così… chiedevo. – disse mettendo in bocca una fetta di pane del giorno prima. – Sono cose antiche, mica cambiano da un giorno all’altro. Deve succedere qualcosa di molto, molto importante. – Per Ailhad era abbastanza. Quasi troppo. Roba su cui fantasticare per anni. E in cuor suo, senza nemmeno sapere perché, aveva già dimenticato Sam, mentre raccoglieva le sue cose per andare alla biblioteca di palazzo.
§
Passarono altri dodici anni, e Ailhad era diventata una donna. I lunghi capelli biondi scendevano con grazia dalla sua testa, e lo sguardo era fiero e segnato dal dolore come quello della regina. In quello sguardo un uomo si poteva perdere in un istante. Con un solo gesto della mano, poteva interrompere dieci persone che discutevano, al circolo dei poeti di corte. Ma era triste, perché quel castello che sognava da ragazza non lo aveva mai trovato. E come aveva previsto sua madre, non aveva potuto fermarsi in nessun altro posto, nessun uomo era stato alla sua altezza. Ma non provava più orgoglio per questo, ora. Essendo a quei tempi una cosa molto singolare, per una donna della sua età dotata di tale bellezza e fascino, non avere ancora trovato marito, le persone cominciarono a immaginare che fosse una strega, ad inventare storie sulle sue lunghe assenze, passate a camminare da sola nei territori circostanti il castello, in luoghi dove solo i cavalieri usavano addentrarsi. I più bravi ad inventare quelle storie erano proprio gli uomini che aveva abbandonato, che aveva amato. Che le avevano detto di amarla. A volte non rincasava la sera, e si diceva passasse la notte nei boschi, dove avrebbe costruito una casa di legno in cui compiere i riti oscuri e sanguinari della magia nera. Ma lei si limitava a camminare e pensare, e non si curava delle dicerie, e un giorno arrivò veramente fino ai limiti del bosco, senza tuttavia osare entrarvi. L’aria era tranquilla, quel giorno di primavera, e la coltre di nubi nere visibile lungo la catena montuosa avrebbe imperversato a sud, nelle terre di Th-gil. Cominciavano a vedersi alcuni fiori, e si sentivano le grida delle rondini. Dall’interno del bosco arrivava il suono impetuoso del fiume Tipris, gonfio di acqua per le lunghe settimane di pioggia. Ailhad trasse un profondo sospiro dal naso, il viso rivolto al cielo, gli occhi chiusi. Improvvisamente si accorse di non sentire più il rumore del fiume, né quello degli uccelli. Non si sentiva nemmeno il soffiare del vento tra le foglie degli alberi, tutto era diventato irreale, come in un sogno. Si spaventò, come non le accadeva da anni. Cominciò a guardarsi attorno, a indietreggiare. Si chiese se stesse diventando sorda. Ma non pensava potesse accadere in quel modo. Però avvertiva un forte ronzio nelle orecchie, nella testa. Chiuse gli occhi e li riaprì, tenendosi la testa fra le mani. Non compiva spesso questo gesto, i capelli dorati svelarono il suo viso. Provò a chiamare aiuto. La sua voce si sentiva forte e chiara. Nello stesso istante in cui cominciò ad avere veramente paura di essere caduta vittima di un sortilegio, senza un preciso motivo, ebbe anche la certezza di non correre alcun pericolo. Sentì allora delle voci sussurarle attorno, come se provenissero dalle sue stesse orecchie, dalla sua stessa testa: Sei Stella Bianca. Ricordi? Bianca Stella, Bianca… La luce e l’ombra, l’Ombra, la Luce. Saprai veder? Saprai vedere? Ssssssshhh. Non nell’ombra, non nella luce, saprai, principessa? Le voci si accavallavano e si ripetevano, sempre più numerose, a ritmo regolare. Sempre di più, finché Ailhad non cominciò a girare, girare, con le mani sulle orecchie. Saprai, principessa? Fino a che diventarono insopportabili. Fino a che si fermarono, in un solo momento. Come se quelle voci non ci fossero mai state. I rumori tornarono. Gli uccellini, il fiume, il vento. Ailhad si accasciò al suolo, sfinita. E pianse, come da ragazza. Pianse perché allora era vero, che era pazza.
§
Stava scendendo la sera, nelle pianure a sud delle montagne Shalig. Le nubi nere si addensavano, gettando il paesaggio in una luce irreale, senza ombre, in un’atmosfera densa di attesa. Il vento freddo scendeva dalle montagne teso e impetuoso, raffiche imprevedibili portavano lontano mulinelli di foglie e polvere. C’era elettricità nell’aria e tuoni lontani si avvicinavano sempre di più. In mezzo alla radura, un cavallo nero senza cavaliere correva solitario in direzione delle montagne, in corsa sfrenata ed irregolare. Si fermò impennandosi e nitrì al cielo. Era un bellissimo sauro nero, snello e dalla muscolatura potente. Poco lontano, un cavaliere, anch’egli vestito di nero, inginocchiato con i pugni nella terra, e gli occhi chiusi, stretti come i suoi pugni. Cosa gli era successo? La corsa sfrenata verso la tempesta, lontano dal castello, verso il nord. Senza sapere perché. Il silenzio improvviso, la figura vestita di bianco sull’esatta traiettoria del cavallo, superata la collina, l’impennata del cavallo, tutto che gli girava intorno, il dolore lancinante alla schiena. Aveva aperto gli occhi e la donna non c’era più. Eppure nella radura non c’era nessun luogo in cui nascondersi. Un’allucinazione. E quella voce – non è l’ora – doveva essere stata anch’essa un inganno dei sensi. Ma allora il cavallo? E poi per cosa, non sarebbe stata l’ora? Era sicuro che Drilaz avrebbe ritrovato la strada di casa, era un animale molto intelligente. Il principe Nehp era troppo lontano dal castello e a dire il vero la cosa non gli dispiaceva. Anzi, lo faceva stare in pace, ma non aveva nessuna voglia di farsi la sfacchinata per tornare prima di sera ed evitare le ire del re. Chiamò il cavallo con un fischio. Drilaz nitrì, ma il vento irregolare non consentiva di rintracciare l’origine di quel verso. Senza essere pienamente cosciente del motivo ebbe una sensazione di acuto disagio, perché qualcosa dentro Nehp pensava che la caduta da cavallo fosse stata una sorta di punizione. Eccolo, lontano da casa, rinnegato dalla sua famiglia, una macchia nera nella tempesta. E se fosse stato vero, che era malvagio? Serrò i pugni resistendo al dolore alla schiena. Resistendo crampo che aveva nello stomaco, quello che non era dovuto alla caduta. – Allora sono il Male – pensò rivolto al cielo nero e minaccioso, ma con gli occhi nella terra ai suoi piedi. – Se è così fatevi avanti, Demoni, venite a prendermi! Ora! – Ma di demoni, nemmeno l’ombra. Nessuna creatura infernale rispose all’appello. E la pioggia cominciò a scrosciare, forte, irregolare, sulle terre del popolo di Gil. E le lacrime del principe Nehp la pioggia sciolse nell’acqua, in brividi di freddo. Per molto tempo stette fermo, le braccia conserte, a guardare la pioggia. Improvvisamente sentì un soffio caldo vicino al collo. Il suo cavallo, Drilaz, era tornato. – Drilaz! Amico mio. Sapevo che non mi avresti lasciato. – Nehp sorrise, per un animale nobile che non poteva capire il suo tormento. Forse però avrebbe capito le sue lacrime. E capiva molto bene le carezze. – Che è successo, Drilaz, quella donna ti ha spaventato? E’ tutto passato, amico mio. Il peggio è passato. – A palazzo, il re di Th-gil, Sen-dil stava parlando al consigliere, nella sala dei banchetti. – No, Nehp non potrà mai regnare. Non riesco nemmeno a immaginare come si potuto nascere, nella famiglia reale, nella stirpe di Gil, un principe la cui natura è così contraria a quella di noi tutti. Il suo animo è inscrutabile, Lothar. I suoi pensieri sconnessi e oscuri. Lui vuole nascondere la sua anima. Forse perché non ce l’ ha nemmeno, un anima. Ma non potrà nascondere nulla al Re. Nessuno può nascondere qualcosa al Re, nel regno di Th-gil. – Sapete dove si trova, mio Re? – Il re di Th-gil assunse un espressione interrogativa. Lothar proseguì. – Si dice che sia scappato. Lo hanno visto correre verso nord, con il suo cavallo. Sta facendo sera e non è ancora tornato. – Il re Sen-dil si alzò. – Allora quando farà ritorno, perché farà ritorno, che le luci della sua stanza da letto rimangano accese, anche durante il sonno, e la porta di ingresso venga abbattuta, fino alla data in cui inizierà la guerra, che come sai avrà luogo all’inizio dell’autunno. E Nehp partirà insieme agli altri soldati. – Si rimise a sedere. – Così ho disposto, istruisci la servitù affinché il mio sia fatto come in mio Volere. – E chissà, la sua anima forse verrà alla Luce. Pensò Sen-dil, che amava suo figlio.
§
Mia Vita Apri gli occhi Al buio Profondo Così potrai vedere Me Che nel buio mi perdo Che nella luce Dei tuo occhi Proteggerò La tua pelle – Che tipo! – Sha-dil, la bella cameriera di corte, passò il foglio alla sua amica. L’amica lesse la poesia e disse: – E dai, però è stato carino, a scriverti una poesia. – sorrise e alzò gli occhi al soffitto. – Chi credi che sia? – – Non lo so, e poi mica ho capito cosa mi ha scritto. L’ho trovato sotto un piatto mentre ero di turno. Almeno credo, che la poesia sia rivolta a me. – – E se fosse lui, se fosse proprio il principe? – – Non dirlo nemmeno per scherzo, che mi fai venire il mal di pancia! – risero insieme come due bambine. – Oh, sicuramente mia madre smetterebbe di ripetermi che devo sposare un uomo ricco! – E ridendo, si salutarono. Ma Sha-dil, il foglio, lo tenne con sé. Non aveva mai letto poesie, non capiva quelle parole. Ma erano così belle…
§
Anche quell’estate passò, ma fu un’estate strana, per via della guerra che era stata dichiarata in giugno. Le persone si scambiavano poche parole, e gli scherzi terminavano presto. Solo per i bambini, non era cambiato niente, e continuavano a giocare. Solo per Ailhad, non era cambiato niente, e continuava a stare da sola. Nella sua stanza, si pettinava davanti allo specchio, come faceva da ragazzina. Ripetendo quei gesti riusciva a sentirsi un po’ tranquilla. Anche quando sentì le prime grida – Stanno arrivando i soldati! I soldati giliani! – lei continuò a pettinarsi. Dopo un poco, sollevò una mattonella sotto il letto, e al di sotto di essa raccolse la collana con lo stemma reale. Se la mise al collo per la prima volta, la nascose sotto la veste ed uscì dalla stanza. Gaia stava correndo giù dalle scale, con uno scrigno e altra roba in mano. Vestiti, un candelabro. – Piccola, cosa stai facendo? Hai preso le tue cose? Ma non hai sentito le grida? – Gaia era infuriata, ma pensava che fosse colpa sua, se sua figlia era diventata così. – forza, aiutami, muoviti! E muoviti! – Ma Ailhad stava già uscendo, e non aveva niente con sé. – Ailhad, a palazzo!! – Urlò Gaia dalla cucina. – vai dritta a palazzo! Capito? La regina ci farà entrare. – Dopo qualche minuto entrarono due soldati. – Abbiamo ordine di scortare voi e vostra figlia fino al palazzo reale. – – Che sciocchezze, possiamo arrivarci da sole, siamo all’interno del castello... – Gaia continuò a raccogliere oggetti dalla cucina. – Ordini della Regina. Dove si trova la ragazza? – – Sta andando lì, l’ ho mandata avanti. – Il soldato che doveva essere il più alto in grado parlò all’altro: – Aiuta questa donna, io vado a cercarla. – – Come, a cercarla? – disse con calma Gaia appoggiando gli oggetti sul tavolo – perché? dovrebbe essere già arrivata. – nessuna risposta. – Bè, io vengo con voi. – – Niente da fare, lei va con lui. – La presa del soldato sul suo braccio, se non fu molto convincente, fu sicuramente efficace. Ailhad era ormai arrivata sulle mura del castello, e poteva vedere, sotto i suoi occhi, tutta la pianura fino alle montagne. Tutti erano così tanto impegnati nei preparativi per la difesa, che nessuno si curava di lei. Molto meglio, così. Pensò. Quando finalmente vide l’esercito di re Sen-dil, immobile dispiegarsi su un rilievo lontano, le armature che anche a quella distanza brillavano come uno specchio riflettendo la luce del sole, ebbe la sensazione di aver già visto quella scena. Ne era catturata, quasi affascinata. Insieme a quella luce portavano la morte. A circa un chilometro di distanza, a ovest dell’esercito giliano, nelle loro armature nere ma non per questo meno visibili di quelle degli avversari, sotto la luce solare, c’erano i soldati di Wodahs. Ailhad tentò di immaginare cosa si provasse, sotto i raggi del sole in quelle armature nere come la notte. Questo la fece pensare alle persone con cui era cresciuta, i suoi vecchi amici che poi l’avevano odiata, ma cui lei non aveva mai smesso di volere bene. A suo modo. Li considerava dei bambini. Ma ora quei bambini erano pronti a morire, per lei. I suoi occhi non si abbassarono. La battaglia cominciò. I cavalieri lucenti caricarono.
§
La corsa dei cavalli sembrava non finire più. Drilaz era in forma come non mai, ed era il più veloce di tutti i cavalli dell’esercito, quindi cominciò a prendere terreno sugli altri, finché circa a metà strada era secondo solo al cavallo del Re Sen-dil. – Vattene, figlio, stai indietro. Non hai esperienza, ti uccideranno prima che tu possa menare il primo fendente. – urlò Sen-dil con voce tonante, sopra il rumore assordante degli zoccoli. – Non ho paura della morte. – e si affiancò al padre. Un cavaliere bianco e un cavaliere nero, alla testa dell’esercito più potente di tutte le terre del nord. – Vuoi essere un Re? – Nehp non rispose. – Vuoi essere un Re? – Ripeté Sen-dil. Il principe Nehp si voltò verso il re. Per la seconda volta, non disse nulla. – Rispondi a tuo padre! – – Sì! – urlò il cavaliere nero. Stupendosi di aver pronunciato quella parola. Lacrime solcavano il suo viso, non viste all’interno dell’elmo nero. – Allora impara prima ad essere un principe, e stai indietro. Per il tuo popolo. – Nehp si lanciò invece al galoppo, superando il re. La battaglia fu lunga e sanguinosa. Il principe scoprì di essere molto più abile dei suoi avversari, e anche di molti suoi compagni. Drilaz rispondeva ai suoi comandi quasi come non sentisse il giogo, le redini, gli speroni, ma direttamente il suo pensiero. Si sentiva leggero e potente come un falco. Alla fine i nemici lo evitavano, e si ritrovò a girarsi e rigirarsi, col suo cavallo, cercando qualcuno che volesse sfidarlo. Ma i cavalieri neri, i pochi rimasti, si stavano già ritirando. Questa volta la battaglia era vinta. Si sfilò l’elmo e cercò lo sguardo di suo padre, per poterlo decifrare. Lo vide. Era fermo, sul cavallo più grande e più bianco di tutti. La sua spada era nel fodero, la sua armatura schizzata dal sangue, non il suo. Il re lo guardò, ma solo per un istante. Poi chiamò a raccolta i generali per decidere i tempi dell’assedio. Dietro la collina, altri soldati stavano trascinando le catapulte e la torre di legno che avevano costruito nel campo, predisposto la settimana prima. Ma dell’opinione di suo padre, a Nehp ormai non importava più. Veramente. Portò come gli altri il suo cavallo al fiume, al passo, per lasciarlo riposare. Al fiume avrebbe controllato che Drilaz non fosse ferito. Passò attraverso un villaggio distrutto dalle fiamme. Alcuni soldati giliani stavano sfondando le porte di un’abitazione abbandonata. – Ehi, principe, sai perché hai salvato il culo? Perché ti credevano dei loro! – Risate. – Guarda là, ne avevamo dimenticato uno, come ha fatto a sfuggirci? – Altre risate. Erano delle belle battute. Nehp proseguì senza il minimo turbamento, pensava solo a portare il suo cavallo al fiume. Una volta arrivato al fiume, scese da cavallo. Appena si voltò per raccogliere dell’acqua, si trovò davanti la strega vestita di bianco, che ora riconobbe come la stessa figura che aveva innervosito Drilaz qualche mese prima. Si ricordava anche di averla vista quand’era molto piccolo, e pensò che forse all’epoca viveva proprio al castello. Com’era possibile? Una strega a castello? Nehp, dopo una battaglia del genere, non aveva certo paura di una strega. E poi, si sentiva abbastanza al sicuro. – Eri tu, la scorsa primavera, nella radura? Cosa volevi dire con quella frase? – La donna lo fissò negli occhi. Profondamente. Era difficile sostenerne lo sguardo, ma riuscì a non abbassarlo. I rumori, tutti i rumori, scomparvero. – A nulla varrà l’ Eterna Notte. – Ma la strega non aveva aperto bocca. Nehp venne abbagliato dal luccichio di un’armatura, e la strega vestita di bianco era scomparsa. Lontano, gli uomini continuavano a spostare le grosse, pesanti armi da assedio.
§
Nel vedere il suo esercito perdere per la prima volta, così decimato, sul volto della dolce regina Lilith scesero delle lacrime, le prime dopo quelle di gioia per la nascita di sua figlia. Allora distolse lo sguardo dalla pianura e la vide a pochi metri di distanza, più alta di lei, con quei capelli risplendenti al sole. Anche lei aveva visto tutta la battaglia. Per fortuna era lontana, e stavolta non c’erano arcieri ad assalire il castello. Non ancora. La strategia era diversa questa volta. Sembrava sicura di sé, ma Lilith si accorse che le labbra di Ailhad stavano cominciando a tremare, sul volto nascosto come al solito dai capelli. Non aveva mai visto la guerra, la gente morire così. Ailhad si voltò verso la madre. Lilith corse ad abbracciarla. E si abbracciarono, e piansero per diverso tempo. – Dove hai preso questo? – disse Lilith indicando lo stemma che sua figlia aveva al collo. – L’ ho trovato, non ricordo. – Ailhad guardava fuori dalle mura, uomini luccicanti che trasportavano dei pesanti marchingegni. Ma erano ancora molto lontani. Gli arcieri di Wodahs erano pronti a caricare gli archi. Nel caso di un assalto con frecce incendiarie. Potevano essersi nascosti dietro le colline adiacenti al castello. Le due erano ancora abbracciate. – Sono tua madre. – – Lo so, mia regina, lo so. – – A nulla varrà la Luce perenne. – – Hai detto qualcosa, Ailhad? – – Pensavo foste stata Voi, a parlare. – Ma dopo aver sentito quella frase, si sentirono più sollevate, senza sapersi spiegare il perché. Attaccarono a parlare contemporaneamente: – Sarà stata una strega! – Si guardarono e risero assieme, per la prima volta. Ma l’ilarità si spense subito. – Non mi odi? – chiese la regina. – Non so se ti devo odiare. – rispose Ailhad con noncuranza. – Forse proprio così, a prescindere da quello che possiamo pensare noi, sei stata mia madre. Insomma, forse così doveva essere, non so perché. – A quel punto sentirono il suono di un cavallo in corsa e si sporsero dalle mura. Un cavaliere nero stava arrivando presso il ponte levatoio, al galoppo. Eppure tutti i soldati erano tornati da tempo. Ailhad si voltò verso l’interno, urlando – Aprite! Aprite! C’è un superstite! – Il cavaliere nero entrò, ma non entrò da soldato. Il cavallo era un purosangue e marciava in perfetta coordinazione di movimenti, a passo cadenzato e regolare, con la testa alta. Ailhad non aveva mai visto un cavallo così glorioso, nelle scuderie del castello. Anche l’uomo aveva una postura spontaneamente regale. Quando il cavaliere arrivò al centro del cortile antistante il palazzo reale si tolse l’elmo e dichiarò, con accento del sud: – Sono Nehp, Principe di Th-gil, figlio di Raha e Sen-dil, figlio a sua volta del grande Re Sen-dil, discendente di Gil, figlio di Th-Wod, un tempo unico sovrano delle terre del nord. – Tutti gli arcieri puntarono gli archi contro lo straniero. Il re Oire, montato anch’egli a cavallo, si parò dinnanzi a Nehp. Le guardie si affrettarono a tenere il principe a fil di lancia. Oire parlò: – E quale Re, ditemi, manderebbe un principe, futuro erede al trono, come emissario durante un assedio? – – Mio padre, Sen-dil, che è tra i re il più coraggioso e nobile, mi ha ordinato di venire. – rispose il principe nero con disprezzo non celato. – Allora avrai la nostra clemenza, ambasciatore. Ma se davvero sei un principe, mostra più rispetto per il Re tuo nemico. E dicci presto la tua notizia. – – Il Re vi offre una resa onorevole, e vi lascia tempo fino a due giorni a partire da adesso, per decidere. Se entro questo termine non mi vedranno tornare, il Re si sentirà libero di dare l’ordine d’attacco, in qualsiasi momento del giorno o della notte, in un giorno a Sua scelta. – – E’ tutto? – – E’ tutto. – – Scortate il principe a castello. – – Mai! – urlò la regina dall’alto delle mura. – Portatelo nelle segrete! – i soldati si fermarono. – Silenzio. – Disse il Re. E i soldati attesero che il principe scendesse da cavallo, e lo scortarono al castello. Lilith cadde sulle ginocchia, la rabbia negli occhi. – Non una parola, figlia mia. Non una parola. Se dirai adesso di essere la principessa, sarai in grave pericolo. – E perché mai? Pensò Ailhad. – Mia Regina, io non sono la principessa. –
§
Ci fu una lunga riunione, nella sala del trono, ed i consiglieri erano spaccati in due fazioni. La prima, con il re, propendeva per la resa. La minoranza, allineata sulle posizioni della regina, riteneva che si dovesse combattere fino all’ultimo. Secondo alcuni il principe avrebbe dovuto essere messo immediatamente ai ferri. Ailhad ascoltava la discussione dall’esterno della sala. Dopo un po’ si stufò di origliare a quel modo, anche perché si era già fatta un idea degli equilibri interni al consiglio. Così, per capirci di più, decise di andare a fare visita al principe, che era chiuso nella sua stanza e sorvegliato da due guardie. Andò in biblioteca, dove scrisse un ordine imitando la firma della regina, cosa che sapeva fare benissimo e si presentò davanti alle guardie. All’epoca non era così usuale saper scrivere in elegante calligrafia, quindi le guardie ci credettero, al fatto che la ragazza avesse un messaggio da parte della regina per il principe. Quando la porta si chiuse, Nehp era voltato di spalle e si alzò lentamente dal letto. Sembrava molto stanco. – Cosa volete? – – Sono la Principessa Ailhad, figlia di Lilith e Oire eccetera, eccetera, eccetera. – – Ma che dite, non… – Nehp si era voltato di scatto e non era pronto alla bellezza di Ailhad. – …non esiste una principessa di Wodahs. – principessa o no, era l’essere più stupendo che avesse mai visto. E adesso stava anche sorridendo. – Oh, esiste… – fece un gesto teatrale circolare con la mano, di rara grazia – …e non esiste. – La principessa misteriosa proseguì. – Vi ho detto la mia verità, ora ditemi la vostra. – Nehp non sapeva perché, ma di fronte a quegli occhi non sapeva mentire. Comunque, già il silenzio di quegli istanti lo aveva scoperto. Si sedette sul letto, lasciando cadere la tensione dei muscoli. – Non c’è stato nessun ultimatum. – Ma poi, che verità le aveva detto esattamente, la ragazza? Pensò che ancora una volta una donna l’aveva ingannato. La guardò e Ailhad lo fissava. Non stava sorridendo, ora. Stava pensando a quanti suoi compagni poteva avere ucciso, quel cane. Si voltò per andarsene. – Dove vai? – – So abbastanza. Vado a dirlo al re. – – Mi ucciderà. – – E’ quello che meriti. – – Aspetta. – Nehp si accorse solo in quel momento di essersi alzato, di trattenere la principessa per un braccio. Lei lo guardò fisso negli occhi, abbassò lo sguardo sulla mano di lui e lo rialzò, strappò via il braccio dando enfasi al gesto e sempre in modo teatrale si voltò, dirigendosi verso la porta. I lunghi capelli biondi la seguirono tracciando una traiettoria circolare e si fermarono quando lei si fermò di fronte alla porta. – Ma allora perché, sei venuto fin qui? – Silenzio. Ailhad stava voltando, piano, la testa. – Ho sentito delle voci… – Ailhad, che pensava di essere presa in giro, decise ancora di uscire. – … ma, ma è vero! Non attaccheranno prima di due giorni. Sono venuto ad avvertirvi. – si sentiva uno stupido, infondo non capiva nemmeno perché l’aveva fatto. – Allora sei un traditore, cavaliere nero. O forse te l’ hanno detto… le vocine? – – Io non… –. Ailhad lo interruppe. – Ma mio padre, il re, crede di avere una via d’uscita, devo assolutamente raccontargli questo. E forse avrai salva la vita. Più probabilmente ti useremo come ostaggio. – – In tal caso non penso che avreste molto in cambio. Comunque spero che si troverà una soluzione. Già troppo sangue è stato versato. – Che animo nobile, si sorprese a pensare la principessa, e lo pensava veramente. Si mosse nuovamente verso la porta, ma poi, preso in mano il suo pendolo, le venne in mente di chiedere una cosa. – Senti, scusa se ti do del tu. – – Non c’è problema. – No, non c’era proprio nessun problema, poteva proprio chiamarlo come voleva. – Ma lo stemma reale di Th-gil, è sempre stato una mezzaluna bianca? – – Ah, me lo sono sempre chiesto anch’io… pensa che cosa ho trovato per terra fuori dal castello. – ed estrasse dalla tasca l’oggetto che portava sempre con sé da quando era bambino. – ho chiesto diverse volte la stessa cosa, ma mi hanno sempre preso per matto. Non che di solito non lo pensino ma… – Si interruppe, perché Ailhad si girò, serissima, con un mezzaluna nera in mano. Con al centro una stella bianca. Restarono in silenzio per alcuni istanti, imbarazzati, gli sguardi che cercavano rifugio in qualsiasi posto, che non fossero gli occhi dell’altro. Ailhad pensò di essere stata veramente un idiota a fare così. Era venuta per cose molto serie. Stupida ragazzina. Quando crescerai? Lasciò cadere le braccia e lo sguardo. Nehp andò a sedersi sul letto, voltandole di nuovo la schiena. Non era possibile. Non in quel momento. C’era la guerra, c’erano cose più importanti. Dopo un po’ la principessa Ailhad trovò il coraggio. Tutto il coraggio che aveva. Al diavolo. E lo disse, quello che sentiva – Mio amore… – Il principe aggrottò la fronte, cercando di ricordare… – Mia Vita – – Chiudi gli occhi, A quella luce Accecante – – Apri gli occhi Al buio Profondo – – Così potrai vedere Me – – Così potrai vedere Me – – Che nella luce Sparisco – – Che nel buio Mi perdo – – Che nel buio Sarò la tua stella – – Che nella luce Proteggerò La tua pelle – – Moriresti, per accettare il tuo destino? – – Morirei, per accettare il mio destino. – Ailhad si voltò e se ne andò. Si chiuse la porta dietro le spalle e camminò spedita verso la sala del trono. Ora credeva di sapere cosa fare. Saprai vedere? Cosa vuoi fare, piccola vuoi muovere le montagne? Diceva una voce nella sua testa. Ma non era la voce della strega. Vuoi salvare un regno? Chi ti credi di essere, non sei una principessa. E vuoi salvare un regno? Due? Saprai vedere? Un’altra voce, però, le parlò nella testa, ed era la voce della sua madre adottiva, colei che l’aveva cresciuta. “Tutto ciò in cui riesci a credere, esiste. Nient’altro.” E le altre voci smisero. Le sembrò di attraversare in sogno, corridoi bui, illuminati da luce fioca e di aprire in sogno, quella porta della sala reale. Le sembrò di svegliarsi, quando tutti si voltarono verso di lei. Qualcuno stava ancora parlando ma non appena Ailhad alzò una mano ci fu il silenzio. Si inchinò al Re ed alla Regina, con grazia regale, e quando si alzò cominciò a parlare. – Sono Ailhad, Principessa di Wodahs, figlia di Oire e Lilith, sovrani del popolo di Wodahs, discendenti di Woda, figlia di Th-Wod, un tempo unico sovrano delle terre del nord. – – Cos’è questa storia? – disse re Oire. – cosa vuole, adesso, questa pazza ? – – Non è una pazza. Ed è vero, mio Re – disse allora la regina. – E’ tua figlia, la tua figlia legittima, quella che vedi davanti alla porta. – – Padre, mio Re, manda presto un emissario presso il nobile re Sen-dil, accampato nei pressi del castello e pronto alla guerra, perché ho questa notte scelto il mio sposo, ed egli è Nehp, Principe di Th-gil. Per sempre mi impegno a tenere fede a questa promessa. Per il popolo di Wodahs. – Fece un altro inchino e uscì, il cuore che le batteva all’impazzata. Non si chiese nemmeno per un istante se anche il principe fosse d’accordo, perché aveva visto con gli occhi del cuore. Perché adesso era vero, che era una principessa. Così i due regni si unirono, e trassero vantaggio dai commerci e dagli scambi di sapere. Molti altri giovani si sposarono e scoprirono che ognuno dei due regni aveva degli aspetti bellissimi, e degli aspetti negativi. Diventarono tutti un poco più aperti. La regina Lilith era molto arrabbiata, ma allo stesso tempo rasserenata dalla gioia che finalmente vedeva sul viso della Principessa Ailhad, e non era poi così tremendo che un giliano camminasse nel palazzo di Wodahs. Sempre che non venissero accese troppe torce. E poi aveva sempre il suo camino, ed i suoi libri. Ne fece arrivare tantissimi, dalle terre del sud, grazie alla riapertura delle vie di comunicazione e dei canali commerciali. Ancora poteva immaginare tante cose, tra le ombre danzanti del fuoco. Nella sua calda, sicura oscurità. Con tutti poi, fu sempre acida, fino alla vecchiaia. Ma solo lei sapeva, di quel peso che dal petto finalmente se n’era andato. D’altronde anche il re Sen-dil, essendo un re e non potendo rimangiarsi tutto, finse di rimanere arrabbiato per tutta la vita. Anche lui però, in fondo si era tolto una bella grana.
§
Aspettate! Non è mica finita. Ci furono molti secoli di pace, nelle terre del nord. E nelle notti di luna piena questa storia veniva raccontata ai bambini, attorno al fuoco, e si raccontava in molti modi diversi, anche se le cose sono andate esattamente come vi ho detto, ma finiva sempre così:
§
Quella notte, la strega Ethiw apparve in sogno a molte persone, nei regni di Wodahs e Th-gil, pronunciando queste parole: Un lupo dalla bianca pelliccia potrà sempre nascondersi nella neve, e una piuma nera nella notte sarà sempre invisibile. E a nulla varrà la Luce Perenne, a nulla varrà l’Eterna Notte, per chi vedere non Vorrà. Ma finché sarà così, sempre nascerà una stella nella notte, a ricordare questo. Sempre comparirà una macchia nera nella luce, a rammentarlo. E la luce e l’ombra per sempre vivranno abbracciate. E Nehp e la bella Ailhad? Ma naturalmente, vissero sempre felici e contenti. © 2001 Stefano Wo di stefanowo | 02/02/2004
Invia ad un amico
Commenta: