Rete neurale
La notte che la rete neurale si mise a parlare c'era solo Mork a sentirne la voce. Ma anche se ci fosse stato qualcun altro, solo lui avrebbe saputo scorgere un barlume di attività psichica in quelle strane modulazioni di rumore bianco che provenivano dagli altoparlanti, allo stesso tempo regolari e imprevedibili, così simili a un… pianto?
Anche un matematico, anche Ted avrebbe senza dubbio interpretato quei suoni come l'ottima riproduzione di interferenze telefoniche, un frattale generato da una semplice equazione. Quanto a Mork, lui sapeva che non poteva essere così, e sapeva che quei suoni non avrebbero dovuto avere nessuna particolare struttura. Lui non glielo aveva detto, al suo computer quantico, cosa doveva fare.
Data la situazione, il caffè poteva anche aspettare. Comunque si rovesciò, quando Mork letteralmente schizzò via dal cucinotto e si precipitò verso lo studio. In un attimo fu davanti alla stazione di lavoro. Sembrava proprio il tentativo di comunicare di qualcosa di vitale, e il piccolo braccio robotico che terminava con una piccola telecamera si muoveva in modo inconsulto, ma in qualche modo più orientato del solito. I led sui sensori olfattivi e termici si accendevano e si spegnevano in modo armonico.
Tre anni di lavoro, la sua vita personale distrutta, ma che importava ora? La rete neurale aveva finalmente preso vita, ne era sicuro. L'istinto affinato in così tante ore di lavoro a contatto con la macchina era diventato quasi infallibile.
Non aveva generato una vita, l'aveva creata. Molto di più, aveva creato una nuova forma di vita, potenzialmente intelligente, forse più intelligente dell'uomo. Ma come avrebbe pensato lei? Forse in un modo completamente diverso, tuttavia si sarebbe dovuta adattare a comunicare con l'uomo, sarebbe cresciuta con l'uomo. Forse la sua psiche si sarebbe formata sull'esigenza di soddisfare il proprio creatore, e il suo successo evolutivo avrebbe coinciso in una prima fase con l'accettazione da parte di Mork, il suo oggetto cognitivo primario, il suo agente di cure, ma quanto sarebbe durato questo periodo infantile? Avrebbe avuto un adolescenza? Avrebbe conseguito autonomia di giudizio?
Mork si sforzò di fermare i propri pensieri, conscio che le possibilità che si prospettavano erano molteplici e per lui poco dominabili. Ora immaginava che avrebbe dovuto accudirla, curarla, guidare la formazione dei suoi primi schemi mentali, oltre che occuparsi dell'aspetto informatico. Si rese conto di non essere pronto. Le sue nozioni di psicologia erano troppo poche, e la rete neurale non era un bambino.
Certo aveva predisposto meccanismi innati di relazione con l'esterno e di apprendimento, ma avrebbero funzionato? Erano molto semplici rispetto alla quelli complessi che l'evoluzione donava gratuitamente ad ogni forma di vita al momento della nascita. Oltretutto i suoi canali di comunicazione erano a dir poco inadeguati. E se avesse sviluppato una qualche forma di patologia autistica, o simbiotica? Il più piccolo errore avrebbe rovinato l'equilibrio precario e delicato di una psiche artificiale, senza difese, senza meccanismi evolutivi ereditari. A dire il vero il suo comportamento dimostrava che la primaria distinzione tra interno e esterno era avvenuta. E piacere-dolore? Distingueva i contorni delle figure, il contrasto? Distingueva le figure da sé?
Mork non era più in grado di dominare la situazione, erano in gioco troppe competenze. Troppe per un ingegnere informatico. Fino a quel momento aveva potuto lavorare da solo, con l'unico svantaggio di allungare i tempi della ricerca; ora ci voleva un equipe, ci volevano informatici, matematici, psicologi, linguisti, filosofi. Non c'era più tempo, i problemi non potevano più essere risolti in maniera sequenziale. Le macchine potevano aspettare, gli algoritmi rimanevano inalterati per anni. Ma non si trattava più di algoritmi.
Tentò di rilassarsi e di pensare cosa avrebbe dovuto fare, prima di contattare letteralmente il resto del mondo. Quasi stentava a crederci, che l'attenzione del mondo scientifico e dell'opinione pubblica mondiale si sarebbe presto concentrata su di lui. Ma avrebbe avuto troppo da fare per concedersi momenti di gloria troppo lunghi. Si sedette ed attivò l'interfaccia grafica per gli input sensoriali indotti.
Come prima cosa stimolò i centri del piacere. La rete doveva collegare la sua presenza alla soddisfazione cognitiva, che nel suo caso coincideva con quella fisiologia, doveva avere il primo oggetto col quale relazionarsi, sul quale investire emotivamente, sul quale concentrare il proprio desiderio, la prima cosa esterna significativa, reale perché rilevante, l'altra metà dell'universo, attorno alla quale costruire le prime modalità di rapporto con l'esterno che sarebbero diventate sempre più complesse, il suo agente di cure parentali, la sua mamma.
I segnali acustici cambiarono la loro configurazione ritmica. La telecamera si fermò un istante, poi riprese il suo movimento. Mentre andava a telefonare, Mork ebbe la sensazione di essere osservato. Uscì dalla stanza e i suoni tornarono simili a quelli di prima. Non voleva usare il telefono dello studio per non turbare Lola. Così aveva chiamato la sua rete neurale, come la sua sorellina scomparsa all'età di sette anni.
Il primo numero che compose fu quello di Sarah. Non lo faceva da un anno e mezzo, ma non importava. Il telefono squillò otto volte, poi qualcuno rispose.
«Pronti… chi cazzo è a quest'ora?» Disse la voce di Sarah emergente dal sonno rem.
«Sarah, sono Mork. E' successa una cosa straordinaria…»
«Mork? No… sto ancora sognando. Quest'incubo non finisce pi--» Rumore inequivocabile. Sarah aveva messo giù. Mork rifece il numero.
«Eh?»
«Sarah, guarda che sei sveglia, sono veramente io.» Qualche secondo di silenzio all'altro capo del filo.
«Che cazzo vuoi? Telefoni a quest'ora, dopo tutto questo tempo… Oddio, è successo qualcosa di grave?»
«Lola.»
«Oh no, Mork, questo è successo dieci anni fa. E' terribile, lo so, ma devi uscirne. I tuoi fratelli lo hanno fatto. Tutti dobbiamo convivere con il nostro dolore.»
«Almeno la mia nevrosi ha prodotto qualcosa. La rete neurale ha dato i primi segni di vita.»
«Lola è la rete neurale?»
«Sì.»
«Oddio siamo al delirio.» Si sentì un leggero sbuffare nella cornetta. «Quello è solo un computer, Mork. Molecolare, quantico, ad acqua, a vapore… è un automa. Fa i calcoli. E' un pallottoliere.»
«No, No… i calcoli atomici sono prevedibili, a livello statistico. La rete neurale è autoorganizzata ad un livello superiore ed ora è un sistema aperto.»
«E' la tua solita illusione, solo che ora ci sei cascato dentro.»
«Non puoi più svalutare i miei progetti, Sarah. Ora ci sono riuscito. Mi dispiace per te.»
«Se sei riuscito a rendere il computer abbastanza complicato da risultare imprevedibile ad una mente umana non vuol dire che sia intrinsecamente imprevedibile, che non abbia una regolarità che la mente umana non è più in grado di scorgere. Ma si può ipotizzare una mente, o un computer, in grado di…» Mork la interruppe alzando la voce «Se esistesse un demone in grado di conoscere la posizione di tutte le molecole in un dato istante, allora…Hanno usato la stessa argomentazione secoli fa per dimostrare la tesi meccanicista sulla realtà! Che sia segno dei tempi? Per la realtà fisica non valeva e neanche per quella informativa vale più.» Mork accelerò il ritmo del discorso, interrompendo Sarah che tentava di intromettersi. «Interazioni complesse di fatti atomici meccanicisticamente determinati generano nel sistema comportamenti emergenti di natura diversa, di livello diverso. E' una proprietà dei sistemi, non della materia ma delle strutture complesse in cui si aggregano elementi semplici - materiali o immateriali - in un particolare stato di disordine, che non è il caos né l'ordine immutabile di un cristallo, non importa che ciò avvenga con la materia o con l'informazione, tant'è che per spiegarci i comportamenti della materia dobbiamo darle un contenuto informativo. Ora, non so se la mia rete è deterministica, come non so se la realtà è un sistema determinato in sé, ma il fatto che per Lola si pongano gli stessi problemi filosofici che si pongono per la mia stessa mente o per un ecosistema o per l'evoluzione biologica, significa che non si tratta di cose così tanto diverse. Non dico che non bisogna porsi questi problemi, ma porli in maniera strumentale per difendere lo statuto ontologico di un aspetto della realtà rispetto ad un altro è disonestà intellettuale. Ho creato una cosa viva. Siccome per te è inaccettabile che un computer possa vivere non ti accorgi di usare argomentazioni a doppio taglio, che dimostrano la stessa macchinità della mente umana e della vita biologica in generale. Ma tu questo non lo vuoi ammettere, ed entri in contraddizione con lo stesso vitalismo che vuoi difendere. Il punto è: se questa non è vita, cos'è la vita? E' il fatto di essere di carne? Cos'è, bisogna avere gli acidi ribonucleici? O forse la vita è alla fine una proprietà di queste strutture, un particolare stato della loro organizzazione? E i computer cosa fanno se non rendere reale, visibile, tangibile, ciò che è una struttura di informazioni? E un DNA cosa fa? E il tuo cervello cosa credi che sia?»
Non ci fu risposta.
«Sarah?»
Forse aveva messo giù su disonestà intellettuale. Doveva averlo considerato eccessivo per le quattro di notte.
Dallo studio, per la prima volta da un buon quarto d'ora, usciva un rumore bianco continuo. Mork buttò a terra il telefono e corse, scavalcando il tavolino di cristallo della sala.
© 1999 Stefano Wo
di stefanowo | 30/01/2004