30/01/2004
Houdini
Ha intrappolato un dolore alla base dello stomaco. I muscoli del volto sono contratti e gli è sembrato impossibile trasmettere la minima emozione. Non ha voluto sentirlo e il dolore è diventato un crampo, il formicolio si è trasmesso a tutto il corpo, simulazione di una paralisi irreversibile.In ogni parola ha spremuto il limone della sua tristezza che non voleva assaggiare. Si è reso conto che così non poteva andare avanti. Ha raddrizzato le spalle e provato a sentirsi male in modo autentico ma non c’era niente di autentico, solo paralisi e imbarazzo e colpa e paura. Ha avuto la netta sensazione di essersi incatenato in una cassa sommersa, un novello Houdini dimentico di essere in un gioco da lui preparato e nella condizione di isolamento la sua mente aveva creato un mondo illusorio in cui potesse vivere, lontano dal dolore. Ora il dolore lo colpiva nel mezzo dello stomaco come un’animale che si contorcesse nelle sue viscere. Doveva spostarlo. Doveva farlo salire su, fino nel petto, dove il respiro lo avrebbe riempito e trasformato in rabbia e trasformato in forza e amore e avrebbe spezzato le catene e avrebbe aperto gli occhi e avrebbe urlato nell’acqua e il suo urlo si sarebbe sentito anche fuori dalla vasca dove tutti gli spettatori si erano ormai stufati di stare a guardare e se ne stavano andando dove una ragazza bionda con occhi luminosi come un cielo d’estate aveva abbassato le ciglia schiacciando tra esse una lacrima e si sarebbe girata per andarsene e altre persone continuavano a parlare parlare parlare e gli riempivano la testa di parole parole e gli chiedevano favori favori ed erano tutti buoni buoni e infondo lo avrebbero lasciato annegare annegare e lui scendeva e il dolore ora era nel petto e si chiamava amore e l’universo urlava non andare via e la vita aveva il nome di una donna ma non c’era vento sott’acqua e le sue parole non attraversavano lo spazio solo spremute di limone bruciavano la pelle e tutto era già ricordo ma il ricordo si confondeva col presente e il tempo era una morsa d’acciaio che stringeva la gola bruciata svegliarsi doveva svegliarsi ma non riusciva a aprire gli occhi se solo avesse avuto la forza si sarebbe liberato ma aveva paura di sentire quel dolore non poteva No.
30/01/2004
Rete neurale
La notte che la rete neurale si mise a parlare c'era solo Mork a sentirne la voce. Ma anche se ci fosse stato qualcun altro, solo lui avrebbe saputo scorgere un barlume di attività psichica in quelle strane modulazioni di rumore bianco che provenivano dagli altoparlanti, allo stesso tempo regolari e imprevedibili, così simili a un… pianto?Anche un matematico, anche Ted avrebbe senza dubbio interpretato quei suoni come l'ottima riproduzione di interferenze telefoniche, un frattale generato da una semplice equazione. Quanto a Mork, lui sapeva che non poteva essere così, e sapeva che quei suoni non avrebbero dovuto avere nessuna particolare struttura. Lui non glielo aveva detto, al suo computer quantico, cosa doveva fare. Data la situazione, il caffè poteva anche aspettare. Comunque si rovesciò, quando Mork letteralmente schizzò via dal cucinotto e si precipitò verso lo studio. In un attimo fu davanti alla stazione di lavoro. Sembrava proprio il tentativo di comunicare di qualcosa di vitale, e il piccolo braccio robotico che terminava con una piccola telecamera si muoveva in modo inconsulto, ma in qualche modo più orientato del solito. I led sui sensori olfattivi e termici si accendevano e si spegnevano in modo armonico. Tre anni di lavoro, la sua vita personale distrutta, ma che importava ora? La rete neurale aveva finalmente preso vita, ne era sicuro. L'istinto affinato in così tante ore di lavoro a contatto con la macchina era diventato quasi infallibile. Non aveva generato una vita, l'aveva creata. Molto di più, aveva creato una nuova forma di vita, potenzialmente intelligente, forse più intelligente dell'uomo. Ma come avrebbe pensato lei? Forse in un modo completamente diverso, tuttavia si sarebbe dovuta adattare a comunicare con l'uomo, sarebbe cresciuta con l'uomo. Forse la sua psiche si sarebbe formata sull'esigenza di soddisfare il proprio creatore, e il suo successo evolutivo avrebbe coinciso in una prima fase con l'accettazione da parte di Mork, il suo oggetto cognitivo primario, il suo agente di cure, ma quanto sarebbe durato questo periodo infantile? Avrebbe avuto un adolescenza? Avrebbe conseguito autonomia di giudizio? Mork si sforzò di fermare i propri pensieri, conscio che le possibilità che si prospettavano erano molteplici e per lui poco dominabili. Ora immaginava che avrebbe dovuto accudirla, curarla, guidare la formazione dei suoi primi schemi mentali, oltre che occuparsi dell'aspetto informatico. Si rese conto di non essere pronto. Le sue nozioni di psicologia erano troppo poche, e la rete neurale non era un bambino. Certo aveva predisposto meccanismi innati di relazione con l'esterno e di apprendimento, ma avrebbero funzionato? Erano molto semplici rispetto alla quelli complessi che l'evoluzione donava gratuitamente ad ogni forma di vita al momento della nascita. Oltretutto i suoi canali di comunicazione erano a dir poco inadeguati. E se avesse sviluppato una qualche forma di patologia autistica, o simbiotica? Il più piccolo errore avrebbe rovinato l'equilibrio precario e delicato di una psiche artificiale, senza difese, senza meccanismi evolutivi ereditari. A dire il vero il suo comportamento dimostrava che la primaria distinzione tra interno e esterno era avvenuta. E piacere-dolore? Distingueva i contorni delle figure, il contrasto? Distingueva le figure da sé? Mork non era più in grado di dominare la situazione, erano in gioco troppe competenze. Troppe per un ingegnere informatico. Fino a quel momento aveva potuto lavorare da solo, con l'unico svantaggio di allungare i tempi della ricerca; ora ci voleva un equipe, ci volevano informatici, matematici, psicologi, linguisti, filosofi. Non c'era più tempo, i problemi non potevano più essere risolti in maniera sequenziale. Le macchine potevano aspettare, gli algoritmi rimanevano inalterati per anni. Ma non si trattava più di algoritmi. Tentò di rilassarsi e di pensare cosa avrebbe dovuto fare, prima di contattare letteralmente il resto del mondo. Quasi stentava a crederci, che l'attenzione del mondo scientifico e dell'opinione pubblica mondiale si sarebbe presto concentrata su di lui. Ma avrebbe avuto troppo da fare per concedersi momenti di gloria troppo lunghi. Si sedette ed attivò l'interfaccia grafica per gli input sensoriali indotti. Come prima cosa stimolò i centri del piacere. La rete doveva collegare la sua presenza alla soddisfazione cognitiva, che nel suo caso coincideva con quella fisiologia, doveva avere il primo oggetto col quale relazionarsi, sul quale investire emotivamente, sul quale concentrare il proprio desiderio, la prima cosa esterna significativa, reale perché rilevante, l'altra metà dell'universo, attorno alla quale costruire le prime modalità di rapporto con l'esterno che sarebbero diventate sempre più complesse, il suo agente di cure parentali, la sua mamma. I segnali acustici cambiarono la loro configurazione ritmica. La telecamera si fermò un istante, poi riprese il suo movimento. Mentre andava a telefonare, Mork ebbe la sensazione di essere osservato. Uscì dalla stanza e i suoni tornarono simili a quelli di prima. Non voleva usare il telefono dello studio per non turbare Lola. Così aveva chiamato la sua rete neurale, come la sua sorellina scomparsa all'età di sette anni. Il primo numero che compose fu quello di Sarah. Non lo faceva da un anno e mezzo, ma non importava. Il telefono squillò otto volte, poi qualcuno rispose. «Pronti… chi cazzo è a quest'ora?» Disse la voce di Sarah emergente dal sonno rem. «Sarah, sono Mork. E' successa una cosa straordinaria…» «Mork? No… sto ancora sognando. Quest'incubo non finisce pi--» Rumore inequivocabile. Sarah aveva messo giù. Mork rifece il numero. «Eh?» «Sarah, guarda che sei sveglia, sono veramente io.» Qualche secondo di silenzio all'altro capo del filo. «Che cazzo vuoi? Telefoni a quest'ora, dopo tutto questo tempo… Oddio, è successo qualcosa di grave?» «Lola.» «Oh no, Mork, questo è successo dieci anni fa. E' terribile, lo so, ma devi uscirne. I tuoi fratelli lo hanno fatto. Tutti dobbiamo convivere con il nostro dolore.» «Almeno la mia nevrosi ha prodotto qualcosa. La rete neurale ha dato i primi segni di vita.» «Lola è la rete neurale?» «Sì.» «Oddio siamo al delirio.» Si sentì un leggero sbuffare nella cornetta. «Quello è solo un computer, Mork. Molecolare, quantico, ad acqua, a vapore… è un automa. Fa i calcoli. E' un pallottoliere.» «No, No… i calcoli atomici sono prevedibili, a livello statistico. La rete neurale è autoorganizzata ad un livello superiore ed ora è un sistema aperto.» «E' la tua solita illusione, solo che ora ci sei cascato dentro.» «Non puoi più svalutare i miei progetti, Sarah. Ora ci sono riuscito. Mi dispiace per te.» «Se sei riuscito a rendere il computer abbastanza complicato da risultare imprevedibile ad una mente umana non vuol dire che sia intrinsecamente imprevedibile, che non abbia una regolarità che la mente umana non è più in grado di scorgere. Ma si può ipotizzare una mente, o un computer, in grado di…» Mork la interruppe alzando la voce «Se esistesse un demone in grado di conoscere la posizione di tutte le molecole in un dato istante, allora…Hanno usato la stessa argomentazione secoli fa per dimostrare la tesi meccanicista sulla realtà! Che sia segno dei tempi? Per la realtà fisica non valeva e neanche per quella informativa vale più.» Mork accelerò il ritmo del discorso, interrompendo Sarah che tentava di intromettersi. «Interazioni complesse di fatti atomici meccanicisticamente determinati generano nel sistema comportamenti emergenti di natura diversa, di livello diverso. E' una proprietà dei sistemi, non della materia ma delle strutture complesse in cui si aggregano elementi semplici - materiali o immateriali - in un particolare stato di disordine, che non è il caos né l'ordine immutabile di un cristallo, non importa che ciò avvenga con la materia o con l'informazione, tant'è che per spiegarci i comportamenti della materia dobbiamo darle un contenuto informativo. Ora, non so se la mia rete è deterministica, come non so se la realtà è un sistema determinato in sé, ma il fatto che per Lola si pongano gli stessi problemi filosofici che si pongono per la mia stessa mente o per un ecosistema o per l'evoluzione biologica, significa che non si tratta di cose così tanto diverse. Non dico che non bisogna porsi questi problemi, ma porli in maniera strumentale per difendere lo statuto ontologico di un aspetto della realtà rispetto ad un altro è disonestà intellettuale. Ho creato una cosa viva. Siccome per te è inaccettabile che un computer possa vivere non ti accorgi di usare argomentazioni a doppio taglio, che dimostrano la stessa macchinità della mente umana e della vita biologica in generale. Ma tu questo non lo vuoi ammettere, ed entri in contraddizione con lo stesso vitalismo che vuoi difendere. Il punto è: se questa non è vita, cos'è la vita? E' il fatto di essere di carne? Cos'è, bisogna avere gli acidi ribonucleici? O forse la vita è alla fine una proprietà di queste strutture, un particolare stato della loro organizzazione? E i computer cosa fanno se non rendere reale, visibile, tangibile, ciò che è una struttura di informazioni? E un DNA cosa fa? E il tuo cervello cosa credi che sia?» Non ci fu risposta. «Sarah?» Forse aveva messo giù su disonestà intellettuale. Doveva averlo considerato eccessivo per le quattro di notte. Dallo studio, per la prima volta da un buon quarto d'ora, usciva un rumore bianco continuo. Mork buttò a terra il telefono e corse, scavalcando il tavolino di cristallo della sala. © 1999 Stefano Wo
30/01/2004
Luna
Camminavo sulla mia strada. Non ero diretto verso un luogo preciso, per questo il percorso che avevo scelto era veramente il mio. Certo, pensavo, anche mentre cazzeggiamo ci sono mille ragioni che ci determinano, mille influenze inconsce muovono i nostri passi, persino le manifestazioni più casuali del nostro animo, e le pieghe apparentemente più insignificanti del reticolo attraverso il quale ci rapportiamo al mondo possono essere considerate manifestazioni di trame nascoste ordite a nostra insaputa dal doppiofondo della nostra psiche. Ma questi erano i soliti pensieri, che nascevano e morivano per conto loro, sufficientemente assuefatti alla mancanza di risposte certe da permettermi di camminare senza uno scopo, da permettermi di vivere e andare avanti nonostante tutto.
Mi ero preso una pausa. A volte ci si dimentica di farlo, possono passare mesi. E' come quando un giorno ci si dimentica di bere, e la sera si avverte uno strano malessere inspiegabile. Infatti per spiegarselo bisognerebbe essersi ricordati di bere.
Camminavo e facevo il vuoto in me stesso, tentando di ricordarmi chi ero. Sentii improvvisamente l’impulso di togliermi tutta la roba che avevo addosso, tuta di plastica nera simbiotica, elmo aculeato, spada e anfibi, lasciare tutto su quel marciapiede in rovina e proseguire nudo. L’impulso ancor più forte verso l’autodifesa me lo impedì. Uno come me non avrebbe mai potuto isolarsi dal mondo, ero ormai legato alla realtà da catene d’acciaio e non potevo tornare indietro.
«Guardi che ha una scarpa slacciata.». La signora era seduta su una panchina ai margini della piccola aiuola a ridosso della fabbrica abbandonata. Mi aveva fatto notare la cosa con un sorriso materno.
«Sono fatti miei, non crede?» Continuai a camminare con la mia scarpa slacciata. Anche se proiettava evidentemente il suo istinto materno sull'intera comunità metropolitana, questo non la abilitava ad infrangere il sottile equilibrio apatico che ero riuscito a conquistarmi quel pomeriggio con la manifestazione di atteggiamenti relazionali di tipo collaborativo.
La signora rispose, sorridendo ancora di più: «Si figuri, non c’è di che.»
Si figuri, non c’è di che? Forse avevo sentito male, oppure la signora era stata abbastanza scaltra e coraggiosa da prendermi per il culo, nonostante il mio aspetto fosse per lo meno minaccioso. Il sottile equilibrio apatico era irrimediabilmente infranto. Mi voltai verso di lei.
«Senta, mi scuso sinceramente per il modo in cui mi sono permesso di risponderle.» Tentai di spiegarmi, un po' scocciato. «Ma anche se può sembrare strano, in quel momento con le sue parole ostacolava la ricerca del mio equilibrio mentale e questo, se non può in alcun modo giustificare il mio comportamento, spero almeno lo renda più comprensibile.»
«Non deve ringraziarmi, figliolo, veramente non è stato di alcun disturbo».
Piano piano mi allontanai da lei, un po' perplesso, voltandomi ogni tanto per verificare che non mi stesse ridendo alle spalle. Ogni volta che mi giravo ricevevo invece un nuovo sorriso materno e cenni di invito col capo.
Poco male, sebbene il dialogo insolito mi avesse lasciato con l'amaro in bocca, decisi di non pensarci e tentai di recuperare il mio stato di pace interiore, immergendomi in nuove meditazioni sulla consistenza del marciapiede che percorrevo. Il marciapiede.
Da bambino, quando seguivo gli insegnamenti del vecchio Teddy-san sulla Montagna Sacra, ricordo che percepivo la terra come una cosa reale, fisica. Mi chiedevo come avessero fatto, tutte le cose che mi circondavano, a divenire semplici simboli, concetti a tutto tondo, marciapiedi, muri, cartelli, lampioni, persone. Forse la mente di un uomo poteva tollerare solo per un certo periodo la percezione immediata della realtà, poi i processi mentali diventavano troppo complicati e le modalità originarie di rapporto col reale venivano date per scontate, ridotte a subroutine implicite su cui poggiava l'intero sistema, ma che nessuno era più in grado di decifrare.
Il corso dei miei nuovi interrogativi senza risposta fu presto interrotto. Voltato l’angolo mi trovai improvvisamente davanti i quattro Cavalieri Elettrici, con i loro cappelloni di paglia intrecciata illuminati da microscariche di luce blu. Sembravano saturi di energia sul punto di scoppiare. Mi misi in posizione da combattimento, indietreggiai un metro ed alzai il dito indice. «Non muovete un passo. Attenti a quello che fate.» Dov’erano gli altri ninja di Lothar? I Cavalieri Elettrici potevano entrare nel nostro territorio senza ricevere un degno comitato d’accoglienza? Mi maledissi per aver spento il ricevitore neurale ed estrassi il Katana. Il laser della spada si attivò autonomamente reagendo al pericolo.
«Questa zona è di McFarland, ora. La Lavanderia è nostra.» A parlare era stato Ice, il Cavaliere Blu, Il più anziano dei quattro e il più temuto in assoluto.
«Chiedo comunque il permesso di transitare.» La Lavanderia era stata attaccata? Sun Ray forse aveva tentato di avvertirmi durante mio breve periodo di scollegamento.
«Per come stanno le cose ora tra McFarland e Lothar, ci troveremmo costretti ad ucciderti, Kanu. Forse non hai scelto il momento adatto per farti una passeggiata.»
Quindi eravamo in guerra. La tregua era stata rotta con l’assalto alla Lavanderia Occupata. Il pensiero corse ancora al volto di Sun Ray, sorridente e dolce dietro il banco dei cocktail, illuminato dalle luci stroboscopiche. Poteva essere anche morta in qualche modo orribile. Mi sforzai di non pensarci.
«Bhe, ragazzi, sapete com'è… ho delle cose da sbrigare, veramente vorrei stare qui con voi a ucciderci un po' ma… sarà per un'altra volta. Bella lì.»
Misi il Katana nel fodero e mi inchianai ai miei nemici, poi mi dileguai con la velocità che solo un guerriero ninja può raggiungere, lasciando forse l’impressione di una macchia nera in movimento nel loro campo visivo. Chi l'avrebbe mai detto che quella strana signora fosse in realtà un applicativo del sistema di difesa di McFarland, un ologramma segnalatore automatizzato. I gadgets che quei dannati programmatori si divertivano a mettere nelle nuove versioni erano sempre più irritanti.
Mentre la periferia cittadina mi scorreva attorno come un film accelerato e io mi muovevo rapido tra i tetti e le cime degli alberi, la rabbia cresceva e recuperavo appieno le mie forze, il mio organismo nuovamente reattivo e perfettamente controllato dalla mia mente si preparava al combattimento. Accesi il ricevitore neurale e la voce mentale di Akira, il consigliere di Lothar, giunse debole alla mia mente su frequenze protette e con il consueto ritardo delle comunicazioni crittate.
«Kanu, come ti può saltare in mente di spegnere il ricevitore? E' tutto il giorno che tentiamo di chiamarti. Devi essere impazzito. Davvero non sai cosa è successo stamattina?»
«Lo so, la Lavanderia. Per poco i gli Elettrici non mi facevano la pelle.»
«Sai che potresti battere gli Elettrici.»
«Senza dubbio. Ma a quale prezzo? E poi tutti assieme sono un po' troppo anche per me.»
«Comunque… ehm, pare che il problema non siano più solo i quattro flippati, ora. Per Buddha, almeno ci sei ancora tu, pensavamo fossi passato dalla loro parte.»
«Akira, ci conosciamo da vent'anni.» Ci fu una pausa.
«Non siamo più tanto sicuri di conoscerti, Kanu. Guarda, è meglio che vieni qui.»
«A cosa alludi?»
«La Lavanderia Occupata era importante per noi.»
Era importante anche per me, pensai. «E allora?»
«Lothar ritiene che potresti essere in qualche modo implicato.»
Implicato? «Ma che cazzo dici, Akira!»
«E' meglio che vieni qui.»
«Sarò lì tra un istante.»
Fui lì in un istante.
Il palazzo di Lothar, l'unico edificio nero del quartiere, aveva attivato lo schermo difensivo violaceo. Per il resto tutto sembrava tranquillo come al solito. La cosa un po' mi stupì. Mi precipitai attraverso l'ingresso senza nemmeno guardare in faccia i guardiani, che si scostarono al mio passaggio. Non mi tolsi nemmeno le scarpe ed entrai nella sala riunioni, dove Lothar e Akira stavano sorseggiando un tè aromatico. Feci un inchino e mi sedetti con loro.
«Allora, che piano avete? Perché non avete ancora convocato i ninja… che cosa significa questa storia della mia implicazione?»
Lothar finì il suo sorso e alzò lentamente la testa, il suo sguardo rivolto verso Akira, non verso di me. La sua lunga cresta di capelli verdi ondeggiò all'indietro e si adagiò sul kimono. «Akira, non dovrebbe forse un guerriero che voglia dirsi tale togliersi le scarpe prima di entrare qui?»
«In effetti, Lothar, dovrebbe.»
«E dimmi, non ci vedo più tanto bene o Kanu ha ancora addosso quei dannatissimi anfibi?»
Mi avvicinai lentamente. «Guardami negli occhi.» Attesi che si voltasse. «Non me ne frega un cazzo. Non ci sono forse questioni più importanti da dibattere?»
«Cos’è tutta questa fretta, Kanu? Sembri quasi spinto da un motivo personale.» Gli occhi di Lothar erano ora fissi su di me. Li discostò per prendere un sorso di tè. «Questo non ti renderebbe onore.». Senza che me ne fossi reso conto, il mio atteggiamento tradiva immediatamente agli occhi degli amici d’infanzia qualsiasi sentimento avessi nel cuore. Nonostante la rigida etichetta che la mia posizione imponeva, ero trasparente come una bottiglia di vetro. Non sapevo perché, ma per la prima volta la cosa mi rendeva inquieto. Lothar si alzò lentamente. «Ricordati che l’impulsività gioca sempre contro di noi.»
Akira completò il concetto. «Riconquisteremo la Lavanderia. A tempo debito.» Il suo tono sembrava sospettoso, come se saggiasse le mie reazioni. «Ora è troppo difesa e noi siamo troppo deboli.»
«E gli altri ninja?»
«Molti sono morti negli scontri di stamattina. Vorresti farci credere che non sapevi nulla? E' stato terribile.»
«…Una carneficina.» Aggiunse Lothar guardando fuori dalla finestra. «Un lavoro degno del serial killer in un thriller splatter del ventesimo secolo.»
«I pezzi dei nostri erano sparsi per tutta la strada. Ci hanno distrutti con una tale semplicità… come in un gioco. C'era un che di artistico nel modo in cui ognuno è stato ucciso.»
Non era mai accaduta una cosa del genere da quelle parti.
«Eravamo in tregua.» Non li stavo più guardando negli occhi.
«Le tregue sono fatte per essere rotte.» Disse Lothar. Sorseggiò un po' di tè, fece un giro del tavolino e poi mi fissò con aria da commissario della polizia imperiale. «E' questo loro… "nuovo acquisto", Kanu. Non ne sai niente tu?»
Non risposi. Cosa volevano da me? Improvvisamente l’aria resa torbida dal pulviscolo illuminato dal sole mi fu insopportabile, quell’atmosfera rarefatta e sospesa, quel senso di sconfitta. Mi alzai di scatto, inspirai profondamente e li guardai tutti e due.
«Se vai adesso…» Disse Lothar avvicinandosi a me, «…è tutto perduto. Non lasciare che i tuoi sentimenti ti rendano cieco. E' difficile credere che tu sia stato così stupido, e se non fossimo quasi fratelli penserei più a te come traditore, per come stanno le cose.» Non mi aveva mai parlato così. Non che non fosse stronzo. La cosa inedita era che considerasse me più stronzo di lui. Mi accorsi che nella stanza erano presenti, immobili, tre guerrieri ninja pronti ad intervenire.
Non capivo le loro parole, mi sembravano discorsi sconnessi di cui non riuscivo a rintracciare il filo conduttore. «Di cos’altro mi dovrebbe importare?». Mi scoprii. «La gloria, quella ce l’ho già, e se la devo perdere per proteggere la donna che… beh, la gloria è l’unica cosa che ho da svendere.»
Akira proruppe in una risata «Proteggere?» Scosse la testa. «Forse ci sbagliamo, Lothar, Kanu non è un traditore. Si è solo bollito il cervello!»
Stavo cominciando a incazzarmi. La soglia della mi irritabilità era abbastanza bassa. Feci appello a tutto il mio autocontrollo.
«Non capisco cosa dici.»
Lothar inspirò e si voltò nuovamente verso la finestra. «Sun Ray era in contatto con gli Elettrici da tempo.» Mi stavano guardando con disprezzo misto a compassione.
«Ovviamente ti sbagli.» La stanza sembrava sospesa nel silenzio. Passò mezzo minuto in cui le coordinate del mondo attorno a me si ristrutturarono completamente. Mi passai una mano sugli occhi.
Non era giornata per le riflessioni. Un lampo di luce verde distrusse la finestra e generò un esplosione all'interno della stanza. Mi trovai a ridosso del muro portante, dalla parte opposta della finestra. Il respiro mi si fermò per via dell'urto e del fumo denso, la vista mi si appannò un istante, poi il fumo si diradò e sospesa a mezz'aria comparve un figura mascherata. Osservai meglio, la sua furia si era interrotta. Il volto era coperto da un elmo di metallo liquido che cambiava continuamente forma, assumendo però sempre le fattezze di animali feroci, mitologici e non. Una tuta traslucida verde fosforescente evidenziava in modo sufficientemente fedele le forme di un corpo femminile e le braccia erano fuse assieme a due lunghe lame di luce verde, attorniate da scariche elettriche blu. Un istante dopo la guerriera elettrica mi fu addosso, la lama destra a pochi centimetri dal collo. Ero ipnotizzato dall'aspetto mutevole della sua testa, che un attimo prima era una tigre, poi un dragone, poi un orso. Per un istante si contorse un volto femminile fatto di metallo liquido, il metallo sembrò sciogliersi rivelando il viso di Sun Ray, poi un brusco movimento del capo mi riportò il dragone, e la voce della donna che conoscevo parlò dalla bocca spaventosa del mostro: «Ero destinata ad ucciderti ancor prima di nascere.»
«Ti ho amato, Sun.» Di nuovo il volto umano, che si contorse in un urlo e tornò tigre. Era un urlo di sofferenza o un grido di battaglia? Non ero più in grado di capirlo. Mi sentivo confuso e debole. «Io non ho potuto. Perdonami.». Mi sembrò bellissima e terribile, e capii che l'amavo ancora, anzi forse avevo sempre amato senza rendermene conto questa sua identità nascosta. Il suo petto si alzava e si abbassava lentamente, una respirazione rilassata e perfettamente controllata.
Il fumo era scomparso del tutto e prestai un po' di attenzione a quello che restava della stanza. Vidi che la testa di Lothar giaceva carbonizzata nel centro del tavolino mentre il suo corpo era sparito e vidi il petto di Akira squarciato in una mostruosa voragine. I tre ninja erano ora tre scheletri carbonizzati in pose classiche agli angoli della stanza. Vidi abbastanza. Estrassi il katana sferzando un colpo alla lama verde di Sun, che non era mai stata Sun, era una guerriera, sanguinaria forse più di me. «Dimmi qual è il tuo nome, ora.» Dissi digrignando i denti. Il mio costume simbionte si preparò al peggio, ricoprendosi di lame sulle braccia e sulle caviglie, l'elmo mi si chiuse e levitai anch'io, circondato da luce blu.
«Il mio nome è Luna, e la mia nuova nascita sarà la vostra morte.» Luna scomparve. La cosa mi sembrò molto simile a un eclisse. Rimasi un po' lì, a tentare di rimettere insieme i pezzi del mio cervello quel tanto che bastava per coordinare le mie mosse successive.
Prima che la disintegrassi, la porta scorrevole aveva l’aspetto della versione hi-tech rinforzata di un pannello divisorio. Tornato al livello di emanazione energetica standard, scesi la ripida scala a chiocciola. Nell’atrio non c’era più nessuno, il palazzo era stato abbandonato. Non eravamo solo più deboli, eravamo disfatti.
Il dominio di Lothar stava insieme con lo sputo e tutti lo sapevamo. L’intera periferia dell’agglomerato sarebbe stata completamente controllata dal clan dei McFarland, ormai era troppo tardi per prendere le cose in mano, e poi mi avrebbero seguito? Non ero mai stato una figura che gli altri potessero seguire, a molti dovevo apparire piuttosto sfuggente, poco comprensibile. Avevo una mia coerenza, un mio filo conduttore che dall’esterno sembrava sconnesso e non lineare. Un leader doveva essere prima di tutto una persona a tutto tondo, nel quale potesse essere facile identificarsi.
Lothar non era stato meglio di McFarland, infondo. Anche la sua gente viveva nel terrore, sotto il torchio degli strozzini e dei protettori. Ne avevo la nausea, eppure anch’io avevo ucciso per difendere un mondo che non mi apparteneva. Cosa avevo ottenuto? I ragazzini smettevano di giocare quando passavo, i negozianti si inchinavano e offrivano doni per avere in cambio dei favori, e a volte rivolgevo contro di loro la mia insofferenza, non sopportavo il loro servilismo, anche se infondo contribuivo ad alimentarlo. Forse era me stesso che non sopportavo.
In strada le cose sembravano andare come sempre, a parte il solito gruppo di curiosi che avevano assistito alle esplosioni raggruppati a debita distanza. Il terribile nuovo volto di Sun-Luna tormentava il mio cervello. Per cosa avrei dovuto combattere, per un nuovo territorio che non volevo? Per della gente che aveva paura di me, o per vendicare la mia fiducia infranta? Non avrei combattuto, non volevo un nuovo territorio, non volevo rivendicare cose morte, congelate in un ricordo che assumeva i confini labili dell’illusione. Chi ero? Non lo sapevo più. Forse non si può mai distillare l'essenza di una persona, l'insieme delle astrazioni con le quali costruiamo la nostra identità sono così labili che durano solo il tempo di un discorso. Era sempre stato così? Un mondo di entità indefinite che fingono con deboli espedienti di essere qualcuno agli occhi degli altri, che fingono a loro volta di aver capito? Altre domande nel vento. Diciamo che comunque mi sentivo più confuso del solito.
Camminavo di nuovo sulla mia strada, anche se ora più che mai non avevo una meta. Una signora seduta su una panchina si rivolse a me con un sorriso. «Ragazzo…» Proseguii diritto.
«Signore! Per favore mi può dire cosa è accaduto al palazzo?» Mi voltai, estrassi il katana e cercai il proiettore olografico con i sensori innestati nel mio cervello. Non c’era nessun proiettore nelle vicinanze, forse era satellitare. O forse la signora era un androide-spia. Fu il puro terrore che si disegnò sul volto della donna quando sollevai la spada laser sopra la mia testa a fermarmi. Cosa stavo facendo? Nervoso e impulsivo, offuscato dai miei problemi, stavo per uccidere una povera donna per le mie paranoie persecutorie? La signora stava tremando e si copriva il volto con le braccia. Abbassai la spada.
«A palazzo c’è una festa con danze e spettacoli pirotecnici, non ne ha sentito parlare? E’ il Lothar Day oggi.»
«Oh, ma è terribile… quei poveri ragazzi.»
Fu un istante. Tagliai l’androide a metà nel senso della lunghezza. Il cannone laser aveva sede nella sua testa, era armato e pronto a sparare se mi fossi trattenuto un secondo di troppo. Mi fermai un po’ a contemplare l’interno della simil-donna. Era una tecnologia che non ero in grado di riconoscere. C’era qualcosa di organico nella sua architettura interna, questo era chiaro. Ebbi un brivido e ripresi a camminare.
Tutto sommato era ancora abbastanza facile riconoscerli, in fondo erano automi. Non rappresentavano un vero pericolo. Ancora no. Quei dannati ingegneri genetici di Los Angeles stavano tirando fuori qualcosa di grosso, e le voci su questi progetti arrivavano fin qui, nel cuore della vecchia Cina.
Da qualche parte stavo andando. A mangiare un boccone dal mio amico Kim, per rimettermi in forze. Quando raggiunsi il piccolo ristorante sentii degli urli provenire dall'interno del locale e mi appostai dietro una finestra. Si poteva chiaramente vedere Kim circondato da cinque stronzi, non cavalieri elettrici, cinque giovani ninja minimamente potenziati, che lo punzecchiavano da tutti i lati con micro scariche elettriche. Questo era il genere di cose che mi facevano incazzare. Kim era un Lo-tech, amava le arti marziali vecchia maniera e ne era un campione, sebbene non facesse mai uso della sua tecnica. Una volta aveva ucciso involontariamente, e aveva giurato sul suo Ordine che non avrebbe mai più combattuto. Si sarebbe fatto ammazzare da quegli incapaci elettrificati piuttosto che rompere il giuramento.
Entrai tranquillamente, salutando Kim con un cenno. «Ehi Kim, sentivo la mancanza dei tuoi panini wurstel e crauti, non è che me ne puoi preparare uno?»
«Vorrei tanto, amico mio, ma ci sono questi signori che insistono riguardo al fatto che dovrei obbedirgli o cedere la gestione del locale… sai, non mi trovo tanto d'accordo con le loro argomentazioni. Stavo appunto tentando di convincerli…» Pensai di cogliere dell'ironia nelle sue parole.
«Dì al tuo amico di non fare lo stronzo, non sa contro chi si sta mettendo.» Lo interruppe il più alto dei cinque, rivolgendosi a me. «Tu devi saperlo, se hai fatto un giro nel quartiere.»
Il più basso dei cinque, invece, aveva già cominciato a cercare la strada dell'uscita. Probabilmente mi aveva riconosciuto. Era quasi vicino alla porta quando una lunga lama laser gli sbarrò la strada.
«Kanu, perdio!! Il muuuro! Devi sempre essere così violento?» Kim sembrava scocciato.
Il più alto ricominciò a parlare, e non sembrava sorpreso. «Ora non è più come prima.» La sua voce era fiera. «Con Luna dalla nostra nessun clan dell'agglomerato avrà scampo. Tanto meno un assassino fallito come te.»
«Un assassino che fallisce è un assassino che non uccide. Io uccido, di solito. Non ci vuole poi tanto per sentirsi un assassino realizzato.» Guardai il resto della cricca. «Mi sembra che tu stia sopravvalutando la professione.»
«Stai sparando cazzate. Lo dicono tutti in città che sei un truzzo di prima. E dire che da piccolo ti ammiravo.» Non nego che la seconda parte della frase mi avesse meglio predisposto nei confronti dello stronzo.
«Mhmh… il discorso si fa difficile, sei proprio sicuro di voler approfondire l'argomento qui ed ora?» Guardai Kim, e alzai la mano sinistra che si caricò di energia.
«Kanu, lascialo stare… è solo un ragazzo.»
Puntai la spada alla gola del ragazzo e lo guardai fisso negli occhi. «Io non me la sono mai, MAI presa con chi non avrebbe voluto difendersi.» Stavo facendo il pallone gonfiato con quei teppisti da strada. Forse il tipo aveva ragione, in fondo un po' truzzo lo ero. Ma avevo in mente qualcosa.
«Come ti chiami?» Gli chiesi abbassando la spada.
«Hype. Del clan McFarland.» Sudava ma manteneva la sua fierezza. Infondo quel tipo mi piaceva, non avrei saputo dire perché.
«Per Buddha, lo so, lo so che sei del clan dei McFarland. Ma ora come ora ti è andata un po' male, sai… che tu faccia parte del club del vecchio col gonnellino o di una squadra di calcio non fa alcuna differenza.» Avevo alzato un po' troppo la voce. Hype deglutì. «Hype, perché non ti unisci a noi? Faremo un piccolo nuovo quartier generale in questo ristorante.»
«Mai!»
«Bhe, peccato… a volte la parola "mai" presuppone un lungo lasso di tempo, a volte pochi istanti. In ogni caso, siccome la tua vita è la cosa più lunga che tu possa sperimentare, per quanto dal mio punto di vista il tempo che ti separa dalla morte sia brevissimo, dalla tua prospettiva coincide con tutto il tempo dell'universo. Visto che la filosofia aiuta?»
Alzai la spada. Gli altri quattro si mossero verso di me. Prima che arrivassero, Kim mi sferrò un calcio volante al braccio, facendomi volare via la spada. I tirapiedi lo guardarono perplessi.
«Hai rotto il giuramento.» dissi con la fronte aggrottata.
«E tu hai rotto i coglioni. Lasciali andare via. Il ragazzo ha dimostrato di essere più nobile di te. E il mio ristorante non diventerà nessun "piccolo quartier generale".»
«Pensavo saresti stato d'accordo…»
«Ma cosa vuoi che me ne fotta se la zona passa a McFarland? Credi che per me cambierà qualcosa? Non cederò il locale e pagherò il mio pizzo, come prima… il problema è la contrattazione.»
«La contrattazione?»
«Il prezzo. Per la protezione di Lothar pagavo 2000 chip, ora questi strozzini pretendono 2200 chip. E ho le tasse imperiali da pagare… e le spese… e… a queste condizioni sarò costretto a chiudere. Ma non ho nessuna intenzione di mandare a puttane trent'anni di lavoro per giocare ai soldatini. No, Kanu, gli eroi esistono solo in quei manga olagrafici giapponesi, io devo mantenere la mia famiglia.»
Guardavo il mio amico Kim, compagno di mille discussioni, senza parlare. La nostra amicizia era disseminata dei cocci di ideali infranti. Solo allora mi resi conto che lui era andato avanti mentre io ero rimasto tra i cocci, a tentare di incollarli; ma tutti e due in diversi modi avevamo finito per tradirle quelle idee, quelle speranze, ognuno con le proprie giustificazioni del cazzo.
Io, poi avevo insistito per vedere la nobiltà e i valori proprio in ciò che ormai era morto, e i cadaveri putrescenti dei miei ideali erano diventate la mia nuova guida. Non ero un guerriero, ero un mercenario, al soldo dell'ipocrisia. Ero Norman Bates che teneva in vita sua madre.
Non c'è niente di peggio che le cose morte che tentano di restare in vita.
Per forza stavo male, mi ero circondato di cose morte, vivevo nel mio passato deformando il presente in un illusione autistica, proiettando la mia realtà personale, i miei colori su un mondo che in realtà era opaco e stinto. L'avevo fatto per sopravvivere. Adesso ero costretto perlomeno a cambiare il film, ma prima dovevo rendermi conto di dov'ero arrivato. Camminando alla cieca nella mia realtà virtuale personale prima o poi doveva capitarmi di incontrare un lampione su cui sbattere la testa.
«Cosa credi di fare, Kanu? Guardati attorno, prima.»
Abbracciai Kim e andai a raccogliere la spada. Feci un cenno del capo e i tirapiedi si dileguarono. Hype restò un attimo sulla porta si voltò e fece un inchino prima di uscire.
Quella manifestazione di rispetto fu per me più dolorosa delle parole di Sun-Luna.
Uscii in strada, e il quartiere mi sembrava stranamente diverso. Un po' perché lo guardavo con nuovi occhi, un po' perché effettivamente il tempo era cambiato e si era messo a piovere. Con la pioggia i cavalieri elettrici erano ancora più potenti.
Un ronzio di trasmissione nel padiglione auditivo mi anticipò una chiamata neurale in entrata. Risposi affermativamente al consueto bip bip accettando così la chiamata.
«Ciao Kanu. Come stai?»
Tutti mi aspettavo meno che Sun con la voce da fidanzata.
«Oh, bè, sai… si tira avanti. E tu?»
«Non male, questa storia di Luna mi porta via un po' di tempo… non te la sarai mica presa per prima…»
«Non tanto, se non consideriamo il fatto che vorrei ammazzarti.»
Sun rimase un po' in silenzio.
«Ecco, tutti ce l'hanno con me.» Tutti chi? «Ma non puoi farmene una colpa…quando sono Luna assumo una diversa personalità, sai, è per via della trasmigrazione dello spirito guida nel mio corpo, sono come posseduta da questa specie di divinità sanguinaria. E' uno stato quasi dionisiaco.»
«Ma hai detto che eri predestinata dalla nascita… o qualcosa del genere»
«Ho un ricordo molto confuso, la vivo come in uno stato di trance.»
Ma tutto questo stava accadendo veramente?
«Senti, Luna, Sun o come cazzo ti fai chiamare adesso. Obbiettivamente, mi sembra un po' difficile che la nostra storia possa continuare in queste condizioni, non lo pensi anche tu?»
«Perché sei così cinico, così ironico? Mi fai del male, lo sai.»
Mi chiedevo se il mondo fosse sempre stato così assurdo, e non me ne fossi mai accorto. Mi passai una mano sugli occhi tentando di fare appello a tutta la mia razionalità, anche se ormai la mia ragione si era nebulizzata da un pezzo. Mi punsi la mano con gli aculei del mio elmo.
«Sun, ascolta. Mettiamola così: preferirei che per un po' non ci vedessimo. Ho bisogno di chiarirmi le idee.»
Mi sembrava di parlare con il cappellaio matto.
«Ma io ti amo.»
«Vorrei che Luna fosse dello stesso avviso, non è male neanche lei. Purtroppo non credo che nutra verso di me esattamente questo tipo di sentimenti. Mi sembrava qualcosa di più simile all'odio mortale.»
«Ma io non sono lei. Sono sempre la tua Sun.»
«Non puoi fare a meno di diventare Luna?»
«Tu puoi fare a meno di essere Kanu?»
«Io sono Kanu.»
«Non è vero. L'unica differenza tra me e te è che tu la tua maschera la indossi sempre.»
«Ma Sun non c'entra un cazzo con Luna. Tu chi vorresti realmente essere? Devi scegliere.»
Cominciavo a capire che non poteva scegliere. Non poteva togliersi la maschera, avrebbe strappato il suo volto, non poteva uccidere il suo doppio, avrebbe assassinato sé stessa. Ma questo le avrebbe reso impossibile vivere, oltre che avere me. Non lo aveva ancora capito. Provai compassione.
«Non puoi capire. Luna esiste perché Sun è quello che è. Se fossi una via di mezzo non avrei bisogno di diventare Luna. Ti prego, tu sei l'unico che può starmi vicino, o sarò per sempre da sola.»
«Ma noi dovremo combattere. Del sangue sarà versato e uno di noi dovrà morire. Per essere veramente Luna devi uccidermi o morire per mia mano.»
Sun rimase in silenzio.
«Ti amo, Sun. Torna in te. Trova una sintesi.»
Spensi il ricevitore neurale e mi sedetti sul marciapiede, guardando passare i carrettini antigravitazionali. Alla fine ero riuscito ad ottenere il vuoto interiore, ma per sovraccarico. Avrei voluto essere inghiottito dall'asfalto e sparire. O almeno fosse sparito il mondo, sarebbe stato già qualcosa. Chiusi gli occhi e li riaprii.
Il mondo non sparì. Mi trascinai fino al mio appartamento e vi rimasi per un mese. Non volevo dover combattere contro Luna.
Fu un mese molto lungo. A un certo punto mi sentii di nuovo in me, così una sera uscii e tentai di contattare Sun, ma era irreperibile. Andai da Kim.
Kim mi sorrise e mi tirò due pacche sulle spalle. Preparò il panino wurstel e crauti e me lo porse, spillò la birra e si sedette di fronte a me.
«Come va con il vecchio irlandese?»
«McFarland è morto. Ma dove sei stato tutto questo tempo?»
«Ho avuto da pensare.»
Kim morse un sigaro cubano, se lo accese e mise una mano sul tavolo. La sua espressione era amara.
«Hanno risvegliato delle forze così potenti che ne sono stati inghiottiti.» Mi guardò con compassione.
«Continua.»
Scosse la testa e rimase un attimo in silenzio, poi cambiò discorso. «Ho sentito Sun, prima che se ne andasse. Ha detto che non ce la faceva più, Kanu, che voleva farla finita…» Ebbi un brivido.
«Perché non gliel'hai impedito?» Una lacrima mi solcò il viso. Non avevo mai pianto.
«Ho provato. Sembrava non avesse altra scelta. E poi è scomparsa. Non hanno più trovato il cadavere. Pensavo lo sapessi…dove stai andando adesso?» Mi ero alzato.
«Alla montagna sacra… non ti preoccupare, non mi ucciderò, in un certo senso me lo aspettavo.»
«No, aspetta, c'è qualcos'altro che devi sapere… non puoi mica andare in giro come se niente fosse, tanto meno tu. Il dominio di Luna è un regno di terrore.»
Mi voltai di scatto. «Hai detto Luna?»
«Più o meno quando è scomparsa Sun le cose sono cominciate a cambiare. Luna ha sterminato il consiglio dei McFarland, ha preso il potere. Nel giro di due settimane ha annientato tutti i clan dell'agglomerato, non solo quelli del nord. Sono accadute cose incredibili, Kanu. L'inferno sulla terra.»
Era vero, Sun si era uccisa, ma aveva scelto. E aveva deciso di essere Luna. Per sempre.
«Kim, io vado. Non so se ci rivedremo. Grazie per la birra e il panino.» Il panino e la birra ovviamente erano ancora intatti.
«Vai alla montagna…»
«Vado da Luna.»
Kim si alzò di scatto, terrorizzato.
«Ti ucciderà! Ne sarai annientato senza nemmeno accorgertene. Non sei così potente, Kanu.»
«Forse. Ma forse doveva finire così. Può darsi che fosse destino, Kim.»
«Che cazzo dici? Puoi cambiare città, per uno come te non può che andare bene, ti conoscono e ti rispettano dovunque.»
«Non viviamo forse per la morte? E per cos'altro… è l'unica cosa certa che abbiamo.»
«Qualcos'altro ci sarebbe. Un messaggio per te.» Mi porse una busta. La presi ed uscii nella pioggia e nella notte.
Ora sono lontano dal ristorante di Kim e sto andando all'ex palazzo dei McFarland, tentando di ricordare tutto quello che è accaduto, per dartene una ragione. Bhe, non l'ho trovata, ma ho… tutto il tempo dell'universo per cercarla, in un certo senso. Perché vado lì? E' solo un interrogativo senza risposta, non ostante ne abbia data una finta a Kim. Qualche risposta bisogna darla, agli altri. Ma sto camminando sulla mia strada, tra lampioni rotti e marciapiedi in rovina. In questa città in cui tutto ha perso il senso, forse non ce l'ha mai avuto.
I quattro cavalieri elettrici hanno provato a fermarmi, prima. Ho combattuto con la forza di chi accetta l'eventualità della propria morte. Non ce l'hanno fatta.
Ora sono quasi arrivato. In fondo alla strada c'è il palazzo di Luna. Chissà che volto avrà oggi tua madre, Hype. Quando questa registrazione mentale arriverà nella tua mailbox probabilmente tuo padre sarà morto. Purtroppo il tuo messaggio non può fermare il mio destino, e non avrei mai potuto essere un padre per te. Scappa più lontano che puoi, via da tutto questo. Non combattere contro Luna come me. Fatti i cazzi tuoi. Cammina sulla tua strada.
Ah, e non dare retta alle signore sedute sulle panchine.