03/02/2004
Un estate
Il pendolo oscilla. Dalla camera del mio albergo sento il sottile frangersi delle onde sulla scogliera, sulla spiaggia di sassi. La camera è asettica, non c’è più nessuno. Il mio corpo è abbronzato, ma segnato dalla sofferenza. Mi chiedo se sono un eremita. Ho conosciuto nuove persone, ma ora sono solo, come sempre.Ricorderò questo momento. E’ brutto. E’ il dolore della mia nascita. Non è per lei che soffro, ma è per lei che soffro. E’ per lei che sono qui, lei è tutto. E’ per lei che ho viaggiato. Non per loro. Sono loro che mi mancano, ma è lei che mi manca in loro. Sento ancora il rumore del vento, e il mare che scorre tra i sassi. Sono stato solo. Solo a guardare le stelle. Solo a suonare la mia chitarra mentre il sole tramontava. Solo sulla spiaggia di sabbia, mentre la luna eterna mi guardava viola. Solo mentre ridevano, riproducevano la musica che gli dava l’identità. Tra le lamiere del bagno pubblico, strisciando i miei piedi nella terra, camminando fiero in una camicia aperta per le strade di sole e di negozi, libero del nulla dietro occhiali scuri e la mia anima in un medaglione d’osso. Sono abbronzato di non senso, mentre lei mi aspettava a quella cena e io aspettavo un segno. Credo che il secondo dopo sarò vivo, o sarò morto. O lei arriverà vestita di seta azzurra, nella notte del vento. Mentre torno dalla scogliera dove le rondini giocano e il sole fa arte con il cielo. La mia chitarra spagnola. La solitudine delle stelle. Il bambino in gita con gli zii e la cugina. E un cappuccino all’alba nella pace. Musica new age del mattino. No, non partecipo ai giochi. Siete matti. Più matti di chi guarda le stelle. Lei non verrà. Quando si fa sera, una chitarra, i pipistrelli, una famiglia fa un fuoco alla torre. Storie di case e di esperienze infantili e di luoghi che riposeranno nella memoria come isole di nuvole. Queste storie appiccicate alle rocce, ricordi del mio passato che non hanno importanza. La spiaggia di notte, il nero. Sono solo tra le stelle. © 2003 Stefano Wo
02/02/2004
Boyz don't cry
Sono andato via di testa, cazzo. Ecco quello che mi è successo. Non sapevo più quanto tempo stavo seduto in quel sottoscala, e questo è tutto.Mi sono legato gli anfibi senza arrivare fino in cima – ma vaffanculo – e mi sono alzato in piedi con la testa nelle mani. I capelli hanno esercitato una qualche resistenza al passaggio delle dita e la sensazione di pelle tirata ha oscurato per un attimo il mal di testa in cui mi ero svegliato. In realtà non sapevo se avevo dormito o ero stato ore con gli occhi aperti a fissare il murales di Sandra. O era di War91? Forse sì, c’era anche la firma. Firma, dipinto, erano tutte cazzate. Anche quelle. Come in un gioco di specchi, le icone della società si replicavano caleidoscopiche anche negli angoli più bui dei suoi bassifondi, reiterando all’infinito gli stessi schemi. Non me ne fregava un cazzo, all’infinito. In ogni caso quel posto di giorno era praticamente deserto e bisognava essere proprio fuori per finire ai margini dei margini. Ma il margine è la mia scelta di vita e non esiste qualcosa in cui io possa stare. Non so perché è così. È così e basta. C’era una sedia di quelle girevoli, mi ci sono seduto e ho acceso una sigaretta. Un manifesto di Sid Vicious sul muro di fronte a me cominciava a staccarsi da un angolo. Forse anche l’idea di occupare quell’area era stata un’altra puttanata. Non c’era posto per i punk in questo nuovo mondo. Tutto così nuovo, così nuovo che nessuno poteva osare dire nulla, tutto così esclusivo e irriducibile, ogni dannato secondo, che non c’era nemmeno il tempo di pensare, di accorgersi che era ancora tutto merda. Escrementi incartati ad arte. Forse non c’era mai stato posto per i punk. Per questo era ancora il caso di esserlo, fino in fondo, ancora più di prima. Che lo vedessero il nostro sangue, che si schifassero, che scoppiassero le loro orecchie del cazzo per la musica troppo alta, saremo sempre lì a ricordargli l’altra faccia del loro mondo di plastica. Ho sentito un intenso senso di nausea e ho sboccato schizzando il manifesto, poi sono restato qualche minuto abbassato con la testa tra le mani. Qualcosa non andava. È entrata Sandra. «Stronzo.» ha detto. Senza particolari inflessioni. Ma mi guardava dritto negli occhi. Mi sono soffermato sul taglio dei suoi occhi. Non mi erano sembrati belli, qualche volta? Abbassai le braccia. «Perché hai detto questo?» «Perché sei diventato uno stronzo.» Sorrisi. «Qui sono tutti stronzi. C’è il pieno di stronzi. Galleggiamo.» Ho alzato la voce, senza peraltro arrabbiarmi veramente «Guarda, il marrone ci sovrasta!». Ho anche alzato le braccia al cielo. «Non dire cazzate, Nik, tu sei stronzo con te stesso.» «Vaffanculo.» «Hai preso tutto troppo sul serio, questa tua coerenza del cazzo…» Ha appoggiato lo zaino sulla sedia di metallo e ha preso a sbrogliarsi i capelli. Guardando da un’altra parte. «Io prendo le cose seriamente. Quello che sono è la conseguenza logica di quello che penso.» «Allora non hai capito niente. È proprio così che fanno tutti. Il nostro scopo era liberarci.» Mi svegliai un poco. Sandra alzò la voce. «Hai un super-io così grosso che hai fatto del nichilismo una morale interiore, hai un bisogno di accettazione così grande e l’hai odiato così tanto che hai…». «Risparmiami…» l’ho interrotta «…la tua trasformazione nella moglie punk di Freud.» L’ho guardata negli occhi per manifestare il mio dissenso ma proprio la fermezza del mio sguardo ha tradito l’importanza che per me avevano quelle parole. «L’ho detto. Sei diventato uno stronzo» Sandra raccolse la borsa e uscì, con i capelli colorati sciolti sulla schiena. Cristo, non erano solo gli occhi: tutto di lei doveva essermi sembrato bellissimo, in un qualche momento del passato. Aveva l’aria di essere molto arrabbiata. E perché poi, cosa le avevo fatto? «Hai visto il nuovo murales di War91?» Gridai. I suoi passi si fermarono oltre la soglia. «Non è nuovo, Nik. Ed è mio, non leggi la firma?» La sua voce era stanca. Solo stanca. Improvvisamente mi venne un crampo allo stomaco, diverso da quello di poco prima. I passi continuarono. Non la rividi mai più. Ho guardato il murales. Il tratto era quello skizzato e deciso di Sandra, pieno di forza e dolcezza al tempo stesso. Era un fumetto molto colorato che rappresentava un ragazzo con molti capelli colorati sparati in alto. Era in piedi su una scogliera e guardava il mare, alle sue spalle una città stilizzata. Il ragazzo ero io. In alto c’era scritto “Boys don’t cry”, in basso a destra “a Nik. Sandra 12-10-91”. -.-.-.-.-.-.- Chris si allontanò dal video e posò gli occhiali sulla scrivania. Il pomeriggio non era troppo caldo e la luce filtrata dalle doghe della tapparella lasciava galleggiare gli oggetti dello studio in un atmosfera torbida e soffusa, indisturbata. Il piatto accanto alla tastiera conteneva i resti sparsi dell’insalata di riso che Roby aveva preparato la sera prima. Mentre scriveva si distaccava dal mondo esterno e dalle persone. Lei era passata da casa, era entrata in stanza e gli aveva ricordato qualcosa. Ma cosa? Non aveva fatto caso a quanto si fosse fermata o se fosse uscita senza nemmeno mangiare. Tutto nella stanza appariva immobile e congelato come i pensieri nella sua testa. Eppure doveva essere l’atmosfera giusta per scrivere. Invece, come al solito, aveva spinto i personaggi in un vicolo cieco dal quale era difficile farli uscire. Non riusciva a capire come potessero ancora incontrarsi o anche solo fare qualcosa che avesse un senso. Anche di questo racconto (o libro?) sarebbe rimasto solo l’inizio. Da circa un anno aveva lasciato il lavoro. In preda all’entusiasmo, Roby e Chris avevano festeggiato la liberazione mangiando e brindando e fantasticando sulle vendite del libro. Il libro naturalmente non l’aveva mai finito. Non aveva potuto. Eppure era la situazione ideale. Forse il motivo del suo blocco era proprio tutta quella statica perfezione. Ci voleva un cambiamento. Spostò il file Boys don’t cry nella cartella Work in Progress dei suoi documenti e si alzò passandosi le mani nei capelli lisci, lavati da poco, poi si decise ad andare ad incassare l’assegno per il suo ultimo articolo. Mise il computer in stand-by e uscì chiudendo bene a chiave. Abbandonato l’appartamento provò un particolare sollievo, come se avesse ripreso a respirare. Da quanto tempo tutte le esperienze della sua vita erano diventate così dannatamente interiori? Si disse che tutto questo era molto borghese. Entrò in auto, accese l’aria condizionata e partì alla volta della banca. Accese anche l’autoradio e la macchina si riempì di una di quelle canzoni degli anni 80’, una musica proveniente da un passato lontano, un passato in cui la malinconia suonava come rivincita. O il dolore era sopportabile, la sconfitta il segno dell’identità e la riprova di essere nel giusto, perché era il mondo ad essere sbagliato. …I would tell you That I loved you If I thought that you would stay But I know that it's no use That you've already Gone away Misjudged your limits Pushed you too far Took you for granted I thought that you needed me more Now I would do most anything To get you back by my side But I just Keep on laughing Hiding the tears in my eyes 'cause […] Spense l’autoradio. Lo strano contrasto tra l’allegria della musica e quello che riusciva a capire del testo lo mise a disagio. Rallentando in vista di un semaforo rosso ripensò al racconto: il suo protagonista, Nik, aveva perso tutto sin dall’inizio e non aveva nemmeno capito niente. Non era l’inizio di un racconto, era la fine di un libro, il libro della vita di Nik. Cristo, perché scriveva quelle cose? In che vicolo cieco era finito lui? Si rese conto che stava stabilendo un nesso troppo stretto tra la propria vita e il racconto: se il proprio lavoro è scrivere e non ci si riesce, magari per un intoppo temporaneo di poca importanza, e lo stesso scrivere è una delle cose su cui si valuta la riuscita della propria vita, può facilmente avere inizio un feedback micidiale, dove l’arte riflette il blocco della propria vita rappresentando storie irrisolte e siccome questo stesso fatto fa parte della vita, la rappresentazione fa con essa un doppio specchio che ingigantisce all’infinito lo sfasamento iniziale. Come diceva il suo amico biologo… anelli di retroazione negativa. Come uscire da tutto questo? Smettere di scrivere? Smettere di vivere, distaccarsi da tutte le cose? Tutto questo era molto borghese, ma non capiva dove. Riaccese l’autoradio ma ora stava parlando e straparlando un DJ idiota e la spense ancora. La cosa accadde mentre era fermo al semaforo, immerso nei pensieri di cui sopra. A sinistra, centro città: comando dei vigili, negozi, centro commerciale, banca. A destra, tangenziale: autostrade, aeroporto. Controllò se nel portafoglio c’era l’assegno di seicentomila lire. Attese l’accensione della freccia verde a sinistra, premette l’acceleratore e svoltò. Se ne rese conto dopo alcuni metri: aveva svoltato a destra. -.-.-.-.-.-.- Lara ha quattordici anni e come tutte le ragazze della sua età passa la notte collegata. Questa notte aveva preferito disertare l’incontro con i suoi amici allo Psychic, uno dei club più popolari della rete sinaptica. Questa notte voleva ascoltare delle storie. «È piuttosto tardi, Lara, faresti meglio a dormire.» Rispose automaticamente. Era allenata a trovare rapide giustificazioni. «Ma sto riposando. Ho messo i sistemi circolatorio e motorio in modalità sospensione.» La voce del vecchio si era fatta più stanca. «Il sonno serve alla mente, in primo luogo, lo sai bene.» Il legno scricchiolò. Nella realtà simulata, o meglio nello spazio prodotto dalla proiezione incrociata del luogo in cui i due si erano voluti incontrare, reinterpretato e reso coerente dai server di rete, il vecchio jack sedeva su una vecchia sedia di vimini sul soppalco di legno di una vecchia casa tipo Far West, indossava un gilè nero sopra una camicia bianca, sorseggiava una bottiglia di whiskey. Il sole stava tramontando sull’immensa prateria e non c’erano nuvole nel cielo. Il rumore del vento fischiava tra le fessure del legno. Si sentì il rumore di un accendino, anche se il personaggio non aveva compiuto alcun gesto. Questi particolari suggerivano a Lara che il suo vecchio amico non fosse una IA, ma una persona in carne ed ossa che non era nemmeno completamente collegata. Probabilmente aveva un terminale abbastanza potente da gestire il suo avatar in modo credibile. Lara si costrinse a ricordare che non poteva sapere nulla su chi realmente ci fosse dietro jack. E non importava. Come non importava chi avesse scritto l’Iliade. «Jack, ti prego.» modalità bambina imbronciata. «Cosa è successo poi? Devo sapere se Christian poi è andato all’aeroporto. E cosa ne è stato di quell’altro?» Si appoggio con la testa ad una trave di legno.«Non posso andare a dormire. E dai… ti sei interrotto sul più bello…» Lo guardò con uno studiato sguardo di attesa speranzosa. «Quell’altro esisteva solo nella mente di Chris.» Jack sospirò e la guardò negli occhi. Fece un gesto di noncuranza con la mano. «E poi sono solo storie, sono inventate.» Non che Lara non l’avesse pensato. Solo non avrebbe voluto sentirselo dire. «Non è vero, lo dici solo per mandarmi via.» «No piccola, è la verità. E a dire il vero comincio a essere piuttosto stanco anch’io, la mia fantasia vacilla.» Il vecchio sorseggiò il suo whiskey. Si senti uno stridio acuto e un falco si posò sul tetto della casa. I due si girarono simultaneamente e lo osservarono in silenzio. Il falco si guardò attorno e ripartì. Apparve una scritta sulla sabbia: “Hawk 1.6b / scansione cache d’ambiente / nessun virus rilevato”. Jack annuì impercettibilmente e la scritta sparì. Che differenza faceva? Per Lara quei personaggi esistevano eccome, erano più vivi di… un sacco di gente che conosceva. «Ma qualcosa di vero ci dev’essere.» «Qualcosa. Può darsi, non ricordo bene. Alla mia età ci sono troppi ricordi e alcuni si sovrappongono.» Si alzò dalla sedia, gettò per terra la bottiglia e guardò a nord, verso le montagne rocciose. Lara si rannicchiò per terra appoggiando un lato della testa sulle ginocchia tenute dalle braccia. «Non c’è niente di vero bambina, la verità è dentro di te…» Lara ebbe un intuizione, con la quale pensò di trattenere Jack. «Nei riflessi tra due specchi?» «…o alla fine dell’arcobaleno…» Jack stava cominciando a svanire, sorridendo. «Non sparire, non sparire ora!» L’avatar di Lara corse verso la sedia, il vestito bianco che svolazzava sferzato dal vento. I capelli le colpivano la faccia. Jack era scomparso. La sedia dondolava con un lieve rumore di legno asciutto. Si alzò una sottile nuvola di terra e Lara si addormentò. Con in testa una vecchia canzone che cantava sempre suo nonno. …I vecchi conoscon l’ingiuria degli anni Non sanno distinguere il vero dai sogni I vecchi non sanno, nel loro pensiero Distinguer nei sogni il falso dal vero… Si addormentò e sognò. Sognò il seguito di un racconto di fantascienza che aveva letto. Il vento caldo delle prateria diventò un freddo vento del nord e il rumore della sedia quello di tuoni resi attutiti dalla lontananza. -.-.-.-.-.-.- In quel freddo mattino d’Aprile la base bunker era immersa in una particolare atmosfera, e si poteva sentire la sorda risonanza sotterranea di tuoni lontani. La pioggia continuava a cadere all’esterno della fortificazione, ma il fronte del temporale era passato e ora viaggiava verso sud sferzando i prati deserti della vecchia Inghilterra e lasciando dietro di sé una scia di silenziosa calma. Zarx si era svegliato presto, ancora intorpidito e con la sensazione di non aver dormito neanche un minuto. Durante la notte, ogni volta che la sua mente tentava di oltrepassare il confine del sogno, i tuoni che laceravano l’aria si confondevano facilmente con il ricordo dei bombardamenti elettrostatici e lui si svegliava immediatamente, i muscoli contratti e i sensi all’erta, le mani pronte a stringere i comandi del suo velivolo da combattimento. Aveva lasciato il suo alloggio e attraversato nel torpore del risveglio i corridoi vuoti, dirigendosi automaticamente verso l’area di ristoro. Aveva guardato l’orologio. Le brioche erano un’abitudine che aveva preso piede nella base, seppur fortemente osteggiata dai veterani più fedeli alla tradizione inglese antica. Forse a quell’ora non erano appena state sfornate, ma sicuramente erano ancora calde. Con quest’unico pensiero Zarx raggiunse il grande salone in stile vittoriano. La porta a vetri si spalancò al suo passaggio. Su ogni parete i grandi schermi olografici mascherati da finestre dello stesso stile della stanza restituivano la visione in tempo reale dell’esterno del bunker. Aveva sempre considerato l’arredamento dell’area di ristoro un po’ kitch, avrebbe preferito un ambiente più sobrio, ma dopo diversi anni era giunto alla conclusione che questa simulazione del passato servisse a preservare la sanità mentale di gran parte del personale della base, a ridurre il senso di straniamento da cui peraltro lui stesso era afflitto. Però, pensava Zarx, ci sono tanti modi per impazzire, e forse quando la realtà diventa troppo assurda è la nostra mente a calare una specie di sipario blu con la scritta “spiacenti, per motivi tecnici la trasmissione della realtà è temporaneamente interrotta, proietteremo invece un cartone animato del gatto silvestro”. Forse l’umanità stava impazzendo. Nel salone c’erano poche persone, tra cui Fiore d’Estate, insolitamente mattiniera, cosa che lo sorprese un poco. Prese due brioche alla crema e ordinò un cappuccino. Poi si sedette al tavolo di Fiore d’Estate che guardava fuori dalla finestra, o per meglio dire dentro lo schermo. Zarx la guardò, poi guardò fuori anche lui e quando si accorse che lei non stava osservando nulla di particolare si concentrò ancora assonnato sulla colazione. Prima che potesse sferrare il primo morso alla colazione Fiore d’Estate disse: «Credi che esista veramente?» Zarx appoggiò la brioche sul piattino finemente decorato e aggrottò la fronte. «Che cosa?» «La città chiamata Silenzio.» Nessuno aveva parlato più di quell’episodio avvenuto in gennaio, con un accordo implicito si erano comportati come se non fosse mai accaduto. Per la verità, Zarx aveva il dubbio che fosse stata una sorta di allucinazione. Sospirò. «Secondo me era un qualche trucco psi dei venusiani, magari una specie di trappola cui siamo scampati per un pelo. Mi sono dato questa spiegazione.» Fiore d’Estate si voltò verso Zarx e staccò un pezzettino della seconda brioche. «Così se avessimo creduto ai bambini saremmo finiti in una trappola?» «Può darsi. Fare leva sull’istinto di cure parentali è una tattica molto efficace, avevamo abbassato tutte le barriere.» Fiore d’Estate sembrava pensierosa, per un attimo smise di masticare. «Qualcosa non quadra.» «Che c’è di nuovo? Mi stupirei se qualcosa quadrasse.» Fiore scosse la testa. «Noi ci siamo cascati: i venusiani avrebbero avuto tutto il tempo di ucciderci o di distruggere le nostre navette.» «E come ti spieghi il fatto che quei bambini ci assomigliassero così tanto? Tutto fa pensare che qualcuno stesse attingendo le informazioni dalla nostra mente, infondo è uno schema mimetico abbastanza comune se pensi agli insetti.» Fiore d’Estate rimaneva perplessa. Zarx aggiunse: «I venusiani possiedono tecnologie telepatiche molto avanzate. Io dico che era solo una prova, o forse il loro attacco è fallito per qualche motivo a noi sconosciuto.» «Davo per scontato che la mia non fosse un’ipotesi razionalmente plausibile, sai? Non è che non ci abbia pensato. Ma mi resta una strana sensazione. E’ una questione d’istinto.» «Questa è bella! E cosa dovremmo fare, lasciare la base e partire in fila indiana alla ricerca di una città fantastica, come in una favola di Tolkien, quando i venusiani potrebbero attaccare da un momento all’altro?» Fiore d’Estate si appoggiò allo schienale della sedia. «Non ci sono attacchi da circa due mesi. E la tregua durerà fino a giugno, ricordi? Sono i mesi sacri del KYUL venusiano. Porteremmo il comunicatore e un unità teletrasporto portatile. Se avranno bisogno di noi ci chiameranno.» «Fiore, queste cose non esistono, non possiamo mollare tutto così per una fantasia avventurosa, noi non siamo… non siamo…» «…Bambini?» La voce di Golia parlò alle spalle di Zarx, che per poco non si soffocò con la seconda brioche. Zarx sorrise. «Eravate già d’accordo, voi altri?». Gli altri non sorrisero. «Ecco. Magari la trappola era proprio questa, ci avete pensato? Stanno aspettando che noi quattro ci togliamo dai coglioni per rompere la tregua attaccando la base coi demoni robot.» «Mi sembra improbabile che questo accada nei mesi sacri, anche supponendo che avessero scoperto la nostra posizione.» disse Golia. «Se veramente esistesse una città popolata da bambini, credo che dovremmo proteggerla. Quale momento migliore? E poi ho la sensazione che celassero qualcosa di importante, forse per tutti. In ogni caso dovremmo indagare e riferire al Principe la soluzione di questo mistero.» «Ma siamo nel 2130 dopo Cristo, non nell’antica Britannia, non esistono…» «Il Popolo degli Elfi però esisteva.» Asserì Fiore d’Estate. «Sì, ma erano reali. Abitavano i boschi e non erano magici. I venusiani infatti li hanno sterminati.» Fiore d’Estate si alzò in piedi di scatto, in tutta la sua altezza, e la sua presenza fu in un attimo così forte che molti nel salone si voltarono e subito distolsero lo sguardo. Lanciò a Zarx un’occhiata che avrebbe fatto cadere un uomo. «Il Popolo degli Elfi era magico, ma la loro magia non è bastata contro i venusiani. Avremmo dovuto unirci a loro, avremmo dovuto proteggerli.» «Non avevano riconosciuto l’autorità di Artù.» «Vuoi dire dell’impostore che si fa chiamare Artù! Questa sì è una menzogna. Gli elfi erano veri, e non sono stati il primo popolo nobile a venir distrutto per il proprio coraggio. Sai una cosa, Zarx? Non hai niente dell’irlandese.» Zarx rimase seduto. «E’ passato tanto tempo. La mia gente era troppo cocciuta. Quelli di noi che sono rimasti hanno capito che le etnie andavano superate. L’autodeterminazione dev’essere dell’individuo, Fiore.» «Se è così, dov’è finita la tua, Zarx?» Zarx rimase in silenzio. «Forse è morta insieme al suo popolo, e Zarx non ha più coraggio.» Gli occhi di Fiore d’Estate parvero farsi più azzurri, e Zarx dovette lottare per non abbassare lo sguardo. Ormai tutti li stavano guardando. «Bè, se il destino di chi ha perso il proprio popolo è quello di diventare inseguitore di farfalle, miei cari superstiti, allora fate quello che volete. Io me ne vado.» Si alzò fronteggiando la guerriera vestita di lillà. Poi gettò il tovagliolo sul tavolino e si incamminò verso l’uscita. Quando Zarx fu uscito dal salone, Golia si sedette e così fece anche Fiore d’Estate. «Ci sei andata un po’ pesante, non credi?» Ci fu un fremito nelle labbra della guerriera che solo Golia poté notare. I suoi occhi deviarono solo per un istante verso il basso. «No.» -.-.-.-.-.-.- Questa volta il nodo alla gola fu un po’ più forte del solito, quando Mario disattivò la simulazione. Non era più sicuro che fosse giusto, ecco tutto, che si trattasse solo di lavoro. Ma era il suo lavoro, ciò che gli permetteva di vivere. Bhe, forse un po’ più che vivere, diciamo che gli permetteva di mantenersi una villa a due piani sulla riva del lago di Garda nonché un paio di appartamentini a Los Angeles e Vienna. Oh, e un auto antigravitazionale personale. Eppure questo l’aveva messo in conto. Quando aveva deciso di diventare un Maestro lo sapeva: fare nascere una IA poteva diventare molto coinvolgente, bisognava essere molto stabili dal punto di vista psichico ed emotivo. E ora che ci era quasi riuscito, dopo tutti quegli anni, era normale che per la prima volta avesse dei dubbi. Pensò al momento in cui avrebbe dovuto dirle la verità su tutto, inconsciamente sperando che quel momento non arrivasse mai. «La mamma dice che hai quasi finito.» Mario si girò lentamente verso suo figlio, si staccò la cuffia a elettrodi e lo prese in braccio. Cominciava ad essere piuttosto pesante. «È vero, pagnotta.» Sorrise «Siamo alla fine.» «E poi andremo in vacanza?» «Per qualche anno, penso. Papà ha bisogno di riposarsi.» «E potrò conoscere la mia nuova sorellina?» Mario guardò il video olografico, sul quale campeggiava una scritta tridimensionale. – Lara è in modalità sospensione neurale – «È ancora un po’ presto, Paolo. È molto fragile, sai.» «Come è fatta?» «Adesso è un po’ simile alla mamma. Ma quando sarà pronta potrà essere esattamente come vuole lei. Sarà molto libera e felice, davvero. Ma ora non è ancora pronta per accettarlo. Crede proprio di essere una ragazzina come te, sai?» Paolo aggrottò la fronte. Ogni tanto Mario non capiva quali pensieri oscuri passavano per la testa di suo figlio. Sembravano passare presto, però. «E non potrà mai fare colazione con noi.» disse suo figlio. E non era una domanda. Aveva otto anni. «…e potrebbe sentirsi molto sola e… diversa e…» «Abbandonata.» Alcune copie di Lara non avrebbero vissuto con loro. La Life Corporation l’avrebbe venduta, come qualsiasi altro software. E lei avrebbe voluto essere in carne ed ossa, avrebbe voluto innamorarsi, avrebbe voluto che non fosse stato tutta una bugia, avrebbe sognato un mondo in cui le promesse venivano mantenute, o almeno potessero esserlo, avrebbe voluto non essere schiava. Avrebbe sofferto tantissimo per anni, al punto di voler essere disattivata. «Noi dobbiamo volere bene alla nostra. E quando avremo i soldi le costruirò un interfaccia mobile, forse umanoide.» «Uma-che?» Aveva otto anni. «Un robot che assomiglierà ad una ragazza. Vai ad aiutare la mamma a cucinare?» «Ok.» Partì correndo. In passato era stato molto geloso di Lara, ma piano piano aveva capito. Non tutto gli era stato detto. Paolo non sapeva della sua sorella più grande, morta prima che lui nascesse. Tipico. Si ricordò di una storia di Dylan Dog, un fumetto che leggeva da bambino, in cui il fantasma di una bambina non nata aveva costruito attorno a sé un mondo illusorio in cui credeva di essere vissuta, in cui era cresciuta e diventata una ragazza. Ma era solo il sogno di un fantasma, con la consistenza di un soffio di vento in un luogo fuori dal tempo, sospeso tra l’infinito e il nulla. La ragazza trovò la sua pace e il sogno svanì. Purtroppo una psiche umana, anche artificiale, non poteva svilupparsi se non attraverso relazioni umane, e questo doveva per forza essere simulato in un sistema chiuso. In caso contrario la IA sviluppava gravi disturbi psichici di base e non poteva sopravvivere. Era un lavoro di anni che richiedeva un impegno immane. A parte l’equipe di centinaia di analisti programmatori neurali, con cui Mario quasi mai aveva contatti, la direzione del progetto presupponeva grosse competenze psicologiche ed educative e competeva al Maestro. Ora però ricordava gli occhi lucidi e brillanti di Lara, la sua espressione fiduciosa e attenta, il vento che spostava il suo vestitino bianco e i capelli. La sua ostinata ricerca di qualcosa di vero, la sua certezza di essere amata. E allora? Quello era l’obbiettivo, aveva fatto bene il suo lavoro. Ma c’era dell’altro. Ora che avrebbe dovuto distruggere il suo sogno, ora che avrebbe dovuto tradirla per sempre, o meglio svelarle il colossale inganno che lui e altri avevano ordito alle sue spalle, ora che aveva costruito un mondo di affetto attorno a lei per forgiare la sua personalità e la sua fiducia, per renderla una donna, si rese conto che l’amava. Aveva fatto una figlia. – Lara è in modalità sospensione neurale – Dormi, piccola Lara, dormi. Ancora qualche mese e sarai una donna. È stata dura per tutti. Mario pianse. E pianse anche per la morte della sua prima figlia. Per la prima volta. -.-.-.-.-.-.- Alex Si svegliò. Il caldo insopportabile gli asciugava la gola e allungò la mano verso la bottiglia dell’acqua. Ma non era acqua, era vino rosso, caldo. Le ragazze stavano ancora dormendo, ma la cassetta dei Cure continuava a girare dalla sera prima. Quasi non li sopportava più, e non sopportava più nemmeno quelle due, in realtà. Andò al lavandino e bevve con avidità, senza curarsi del fatto che l’acqua potesse non essere potabile. L’idratazione comunque fu modesta, sembrava che l’acqua gli evaporasse nell’esofago, e restava quella sensazione di intorpidimento generale cui si aggiunse un disagio a livello dell’intestino. Il caldo era così secco e soffocante da bloccargli il respiro, e questa cosa, unita alla stanchezza e allo stress, gli dava l’impressione di impazzire. Uno strano tic gli muoveva i muscoli delle labbra. Si diede una sciacquata e il tic passò. Ma tra tutti gli ostelli proprio in quello dovevano finire? “Hostal di Mat”, si chiamava, probabilmente il peggior buco di culo di tutta Cadiz, ricavato dagli uffici in disuso del ramo abbandonato del deposito ferroviario. Forse se la compagnia fosse stata gradevole avrebbe avuto un atteggiamento più consono a quello che in fondo era un giro di Spagna senza soldi. D’altronde non sembrava il solo a essere a disagio. Però era il solo a dormire così poco, e forse il solo a fare sogni così assurdi. Quella cazzo di cassetta continuava a girare. I would say I'm sorry If I thought that it would change your mind But I know that this time I've said too much Been too unkind… […] La vacanza era stata estenuante, gli sembrava che quella settimana fosse durata un mese. Distillavano le ultime gocce dal loro equilibrio psicofisico, e litigavano quasi continuamente. Lei voleva proseguire il viaggio da sola. Non aveva tutti i torti, in fondo anche lui avrebbe voluto farla finita al più presto, con quella farsa del cazzo. Magda si comportava come se lui non avesse capito, non avesse capito qualcosa di importante. E lui aveva tentato di trattenerla, ma forse era soltanto la paura di rimanere da solo. Quell’estate era la cosa che più lo terrorizzava. Insieme a tutto ciò che aveva a che fare col distacco e col rifiuto. Magda dormiva e I lunghi capelli castani le coprivano il volto. Era difficile capire cosa provava realmente per lei. La conosceva da poco ma credeva di dover fare di tutto per conquistarla, di dover passare sopra a qualsiasi cosa. Gli sembrava che in gioco ci fosse tutto. Al diavolo. Avrebbe accomodato le cose, in fondo erano in vacanza, no? Sarebbe uscito e avrebbe comprato una bottiglia di vino locale. Ma cosa c’era, realmente, in gioco? Andò a farsi una doccia rapida e tornò nella stanza. Finalmente era riuscito ad abbassare la temperatura corporea e per un lungo attimo si sentì piuttosto lucido. Guardò ancora le ragazze dormire, guardò il suo zaino e i vestiti sparsi in giro, guardò il piccolo lavandino e la finestra che dava sul deposito. E improvvisamente aveva capito. Aveva capito che doveva andarsene. …Misjudged your limits Pushed you too far Took you for granted I thought that you needed me more… Riempì lo zaino alla rinfusa e lasciò i soldi per la stanza sul tavolino sotto una delle casse collegate al walkman. Scrisse anche un bigliettino. “bhe, ci abbiamo provato…”. Lei non lo rivide mai più. Mentre usciva dalla stanza si soffermò a sentire le ultime strofe di quella canzone. Un po’ di nostalgia poteva concedersela. Come al solito non riusciva bene a capire i testi inglesi cantati, ma in qualche modo il pezzo si intonava con la malinconia che aveva deciso di affrontare. Now I would do most anything To get you back by my side But I just Keep on laughing Hiding the tears in my eyes 'cause boys don't cry Boys don't cry Boys don't cry Chiuse la porta mentre stava per partire il brano successivo, A Forest, che era stato il tormentone della settimana. Ma lui nella foresta non c’era più. Uscì dall’ostello e il sole era ancora basso sull’orizzonte. Il porto di Cadiz era quasi completamente deserto, fatta eccezione per un paio di pescatori che stavano rattoppando le reti. Il rumore del mare era sempre lo stesso, da milioni di anni, prima della sua vacanza, prima che fosse nato, prima della stessa umanità, il mare aveva vissuto, se avesse avuto una coscienza avrebbe visto passare tutta la storia della terra come in un film accelerato. Anche il mare viveva nel suo presente, seppure infinitamente più dilatato del nostro, dimentico di essere figlio delle comete, di essere nato dalle stelle lontane, di essere arrivato quando la terra era già adolescente. A portare la vita. La vita. Il sole si stava alzando e la sua luce oscurò ancora tutte le stelle e già cancellava la luna dall’azzurro del cielo. Il sole bruciava, ostinato, potentissimo, inarrestabile. Eppure anche lui era piccolo, era nato e sarebbe morto. La consapevolezza della grandezza dell’universo sfiorò ancora una volta la percezione di Alex, ma era un pensiero troppo grande e se ne andò quasi subito. Mentre camminava sulla banchina del porto di Cadiz, e pensava se proseguire verso Lisbona o andare subito a Barcellona, provò un brivido, ma non si accorse delle proprie lacrime, perché il vento caldo proveniente dal mare le asciugò immediatamente. Dopotutto, i ragazzi non piangono. I ragazzi non piangono. © 2003 Stefano Wo
02/02/2004
Qualcosa da prendere sul serio
«È troppo tempo che sei lontano, Is.»Is tentò di ricordare se in qualche momento della vita fosse stato felice. In qualche modo, se ora si accorgeva di sentirsi male, si poteva presumere che lo fosse stato, altrimenti non avrebbe potuto accorgersi della differenza. In qualche altro modo, il solo gironzolare con la mente attorno ai buchi neri che sostituivano quei ricordi di pace gli procurava un dolore tale da costringerlo a distogliere l’attenzione su qualcosa di stupido, come per esempio una qualche paranoia ciclica. Qualcosa da prendere sul serio. Corrispondenze. Svuotare la mente. Non osservare il disastro, è un disastro finto. Nella realtà la navetta procede alla solita velocità verso la terra, e non è successo nessun incidente, nessuno scontro con il cargo spaziale. Il cargo abbandonato, anch’esso un illusione generata dalla solitudine. «Passerai qui il resto della tua vita, Is. È meglio che dimentichi, come ho fatto io. La colonia non è poi male.» Cliccò su una sequenza di brani musicali dal monitor di bordo cercando di lasciare il più possibile la scelta al caso e diede il via alla riproduzione. Il contenitore sigillato pieno di whiskey era immobile contro le onde sonore della musica. Qualcosa di fermo. Qualcosa da prendere sul serio. Le energie sembravano abbandonarlo completamente. Quasi impossibile compiere il minimo movimento. Sorseggiò dalla cannuccia. Non avrebbe saputo dire se stesse sognando, chi fosse, se fosse mai esistito, se fosse mai esistito qualcosa. Sullo schermo si vedeva solo buio e qualche stella lontana, troppo lontana. Forse c’erano sempre stati solo Is e la navetta. Ora la navetta era incagliata in un cargo spaziale abbandonato a due anni luce dalla terra, con i reattori distrutti. La strumentazione funzionava ancora piuttosto bene. «Da quando siamo qui non ricordo di averti visto prendere qualcosa sul serio, Is.» La navetta procedeva verso la terra, e i sistemi di ibernazione si sarebbero riattivati, e fino ad allora le flebo sarebbero bastate. Un piccolo sonno, solo un piccolo sonno e si sarebbe trovato a galleggiare nell’oceano pacifico, e la capsula avrebbe trasmesso segnali e si sarebbe trovato su un canotto infreddolito e poi le avrebbe riviste, le avrebbe riviste e le avrebbe abbracciate e lei avrebbe sorriso. Vedeva la realtà attraverso quegli schermi da un tempo indefinito, ammesso che la realtà fosse mai esistita, ma in caso contrario che ci faceva una coscienza pensante sospesa nel nulla, e cos’erano gli oggetti che il suo corpo, se era il suo, stava toccando? Sullo schermo c’era la foto di Alba, con in braccio la piccola Soledad. La navetta procedeva verso di loro. «Perché non vuoi combattere per il tuo Dio?» C’era un tempo in cui credeva esistesse davvero, su una nuvola. Questo lo ricordava. Poi pensò esistesse uno spirito universale che pervadeva la realtà. Qualcosa che potesse chiamare vita, che potesse chiamare in causa la vita. Respirò a fondo. La riserva di ossigeno sarebbe bastata. Se il computer non l’aveva ancora ibernato e gli consentiva di respirare allora c’era un motivo, forse era già vicino a casa, e si era già svegliato. Forse mancava poco. Più probabilmente stava sognando. Ma in questo sogno non accadeva nulla. Solo interno-navetta e silenzio e vuoto nero con qualche stella lontana e irraggiungibile. Nessuna metafora, nessun personaggio, nessuna vicenda. Come sogno era piuttosto inutile. Non accadeva niente, per quanto si sforzasse di inventare cose. Secondo gli studi che aveva letto nella colonia penale, avrebbe già dovuto essere impazzito. Era solo e disperso nell’universo, la salvezza era lontana, anzi impossibile, dato che la sua nave era incagliata contro un pesante cargo alla deriva, e il sistema di ibernazione era saltato, o la navetta aveva ormai esaurito le risorse. Rimaneva solo l’ossigeno. «Non puoi andare avanti così, Is. Devi costruire qualcosa, fermarti.» Is non era ancora impazzito. E presto sarebbe stato a casa. Doveva rilassarsi. Sorseggiò un altro goccio di whiskey. Il player della consolle stava suonando zombie dei cranberries. A Is piaceva la musica pre-disseminazione. Ascoltava solo quella. Anche se era a soli due canali. In your head they’re still fighting. With their tanks and their bombs.. E ancora combattevano nella testa di Is, gli avversari di dimenticate illuminazioni, nella guerra interplanetaria scatenata dai cristiani contro i pianeti islamici. La guerra che Is aveva disertato. Ma la terra era stata occupata. «In quale Dio credi, Is? Credi in Dio, vero Is?» La vita di Is non era finita, anche se si trovava così lontano sarebbe tornato. Sarebbe tornato da lei e dalla piccola Soledad. Alla piccola aveva promesso. Aveva intrecciato i suoi riccioloni biondi nella mano e Soledad aveva sorriso col sorriso della madre, e Is aveva promesso a se stesso di non tradire la sua fiducia, ed ebbe una paura immensa di poterla tradire. Di non essere all’altezza di ciò che stava promettendo. Come era sempre stato con Alba. Ma Alba l’aveva sposata. E Is sarebbe tornato dallo spazio, come aveva promesso alla sua bambina. «Rilassati, accetta la situazione. Non hai nulla per cui valga la pena di rischiare la vita fuggendo di qui. I robo-pulitori ti elimineranno.» Se solo fosse stato certo di esistere avrebbe fatto qualcosa. Avrebbe preso i comandi della nave e l’avrebbe guidata, a costo di arrivare a casa come uno scheletro. La piccola avrebbe saputo che papà stava tornando, per lei, per la mamma. Ma ora Is era per sempre sospeso in un momento senza tempo, in un sole che non tramonterà mai, negli occhi di Alba. «Rovescerei il mondo. Sposterei l’orbita terrestre, se ciò servisse per poter stare con te.» I cranberries continuavano a suonare, salvation, salvation. La canzone orbitava attorno ai buchi neri dei suoi ricordi di pace. Un forte dolore allo stomaco. “dove sei?” gli sembrò di sentire una voce. Si chiese cosa avrebbe dovuto fare, ormai. «Tornerò sempre da te.» Is prese in mano i comandi della navetta e sentì uno stridio metallico. Si stava spostando. Forse un motore era ancora attivo. Vi fu una collisione che lo spinse quasi a sbattere la testa contro la consolle, poi la navetta ruotò di 90 gradi a sinistra e nello schermo Is vide una grande superficie metallica. Il cargo. Non era un illusione. Vide il cargo allontanarsi, mentre la navetta si allontanava dalla carcassa. Più la nave si allontanava dal punto di collisione più risultava visibile la superficie di un pianeta. Poi un orizzonte curvo, grigio. La navetta si allontanò ancora in retromarcia. Is non sapeva se era veramente vivo, non sapeva se la realtà fosse mai esistita, ma di una cosa era certo: il piccolo pianeta che appariva nella consolle di comando della sua nave era la Luna. Dedicato a Nuvola d’Oro © 2001 Stefano Wo
02/02/2004
Stella Bianca
Questa sera c’è l’eclissi di luna, e prima l’ombra di questa terra la abbandoni, spegnete le vostre luci elettriche e accendete le candele, perché voglio raccontarvi una storia accaduta tanto, tanto tempo fa, quando ancora gli uomini parlavano alle stelle e la luna era l’unica dea che dominava la notte. È la storia di una principessa che non sapeva di esserlo e di un principe triste che non voleva diventare re, ed è la storia di due regni che si combattevano e di sovrani che non potevano avere pace per il loro animo, né per il proprio popolo.02/02/2004
Aranciata
L’uomo aveva un grande cuore, e amava sua moglie e le sue due figlie, tanto che non poteva sopportare in loro la minima sofferenza. Le circondava di cure e affetto, e non faceva mai mancare niente in casa. Così anche loro lo amavano. L’uomo non poteva lamentarsi.Ma una cosa che l’uomo proprio non sopportava era la vista del sangue, e un giorno disse al suo cervello, per scherzo: – Ascolta: tutte le volte che il sangue si troverà di fronte ai miei occhi, fammi un favore, sostituiscilo con aranciata. – Il cervello fu divertito da questa battuta. Poi pensò: – Perché no? Solo un piccolo aggiustamento, una minima difesa, per consentirgli di vivere più tranquillo. In fondo se lo merita. – – Non preoccuparti, amico mio, sarà un gioco da ragazzi. – Prima di tutto il cervello dispose che l’uomo si dimenticasse di aver fatto questa bizzarra richiesta, dopo di che si mise all’erta. Quella sera però, non successe nessun fatto di sangue. La mattina seguente l’uomo si stava facendo la barba davanti allo specchio del bagno, quando accidentalmente si tagliò sotto il mento. Il cervello prontamente elaborò l’informazione e sostituì la percezione visiva della goccia di sangue con quella di una goccia di aranciata e l’immagine del taglio a quella della pelle liscia. Allora l’uomo si chiese se avesse già fatto colazione, e il cervello gli disse sì, che aveva bevuto l’aranciata prima di andare in bagno. Gli disse che si era svegliato con una sete incredibile. L’uomo si chiese poi se non si fosse già lavato il viso, e il cervello gli disse no, che doveva ancora lavarselo. L’uomo si domandò cosa fosse quel bruciore, cosa avessero messo nell’aranciata. Il cervello se n’era dimenticato. Riparò in gran fretta all’errore, escludendo la percezione di quel dolore. L’uomo terminò di farsi la barba ed uscì dal bagno soddisfatto. Non aveva sospettato di nulla. Avvertiva solo un sottile, impalpabile senso di disagio, di straniamento. Gli sembrò di avere ancora fame, ma chissà come, la sensazione di vuoto allo stomaco svanì immediatamente. Il cervello pensò che dopotutto non sarebbe stato così facile. Si accorse che dopo aver introdotto quel piccolo cambiamento sarebbe stato costretto ad effettuare molte più correzioni di quelle che si aspettava, per mantenere una plausibile concatenazione causale, la coerenza della realtà. Tuttavia si ricordava bene le parole del suo padrone e non si scoraggiò. Siccome per niente al mondo l’avrebbe deluso, accettò la sfida e si fece forza, sobbarcandosi il grande impegno. Alla fine l’uomo sarebbe stato più felice. Anche i cervelli hanno un cuore. Più passavano i giorni, più il lavoro da fare era veramente grosso, ma ogni volta riuscì, senza che l’uomo avesse il minimo sospetto. L’unico effetto collaterale era quello strano senso di disagio dell’uomo, ma dopo un po’ il cervello diventò abbastanza bravo da riuscire a togliere anche quello. Ormai il cervello era impegnato a tempo pieno in questa ricostruzione continua. Quattro anni dopo, l’uomo era seduto a tavola con la sua famiglia, per la colazione. Guardò la moglie provando gli stessi sentimenti di quand’erano ragazzi, e ancora una volta il suo cuore si riempì di gioia nel vedere la sua famiglia raccolta, nel momento della giornata che preferiva. Sorrise. – Come siete silenziose, questa mattina. – E sorridendo, si perse negli occhi marroni di lei. L’uomo non sentì le voci, fuori dalla porta d’ingresso. Non sentì gli altri uomini, sfondare la porta a calci. Il pavimento della sala era invaso dal sangue, un disegno rosso che proseguiva sui divani e sulle pareti. I poliziotti si introdussero nell’appartamento con le armi spianate. I cadaveri della donna e delle bambine erano riversi sul cotto della grande cucina. Un uomo era seduto solo, a tavola, e parlava sorridendo e sorseggiando un bicchiere pieno di sangue. – Non bevete la vostra aranciata? – disse rivolto alle ragazzine- – Su, che poi le vitamine spariscono. – Nessuna rispose. Guardavano avanti, nel vuoto. L’uomo corrugò la fronte, dubbioso. Allora il cervello si decise ad intervenire, e la bellissima moglie dell’uomo sorrise un poco, accomodandosi sulla sedia e prendendo in mano il bicchiere. – Ho dormito poco, amore… sai, il mal di schiena. – – Dovresti fare qualcosa per quel dolore, Carla. Ci sarà pure un modo per farlo passare… – Per farlo passare per sempre. © 2001 Stefano Wo
02/02/2004
Wolverine vs Magneto
Logan credeva di avere ancora qualche giorno, di poter concentrare tutte le sue energie sul lavoro che aveva da compiere. Aveva fatto male i suoi calcoli. Mentre camminava la neve aveva già ricoperto le strade del suo manto bianco e continuava a scendere, stavolta più veloce, più pesante della settimana prima. Non sarebbe stato un soffice rifugio, ora. No. Non avrebbe calmato ancora il suo dolore, ricoprendo il passato, permettendo ai suoi occhi di riposare. Stavolta toccava a lui.Logan camminava piano lungo la strada ai margini del Bosco Verde, nella periferia, e sentiva nell’aria l’elettricità. Avvertiva la presenza di Magneto. Nelle ossa. Nel suo scheletro di metallo. Un anno prima. Da qualche parte, nel bosco, un cerchio di fuoco. Una promessa alle Fiamme. Le parole pronunciate dal destino attraverso denti stretti in una morsa d’acciaio. Mentre Magneto la portava via, con quel suo sorriso di potere. Mentre Wolverine abbassava la testa, il volto illuminato dal fuoco ed il fuoco negli occhi, immobilizzato da un campo magnetico più forte di lui, quasi incapace di respirare. Il fuoco che non aveva potuto attraversare, anche prima che arrivasse il suo nemico di sempre. Altro piccolo effetto collaterale di una struttura ossea che conduceva il calore. E quelle fiamme erano l’Urlo di Lei, grido silenzioso e soprannaturale di cuore mutante, anello di distruzione per proteggersi, per proteggerlo. Impedendogli di salvarla. Wolverine lo vide, sagoma nera sullo sfondo di neve. I loro occhi si incrociarono, gli artigli scattarono aprendo ancora una volta le ferite sulle nocche, un dolore che ormai faceva parte di sè. E molto lentamente, con un leggero stridore, cominciarono ad allargarsi. Allargarsi. Solo un avvertimento. E Logan tremò. Non per il dolore lancinante agli arti. Non per la paura, sapeva che non sarebbe stato ucciso: Magneto amava il potere, e Wolverine era l’unico essere di cui lui poteva avere il controllo totale. Il solo fatto di poterlo uccidere quando voleva non avrebbe fermato Wolverine. Magneto poteva controllare anche i suoi movimenti e questo, per Logan, significava la massima sfida alla sua fiducia in sé stesso. No, non la paura del dolore: sarebbe morto, per lei. Quegli artigli che si incrinavano lateralmente trasmettevano a Logan un messaggio preciso, conosciuto: era stato tutto inutile. Tutti i suoi sforzi per diventare più forte, la sua ricerca e la sua crescita interiore distillata dolorosamente dalla solitudine. La sfida più grande. Su quel messaggio c’era scritto che non l’avrebbe mai più riavuta con sé, perché Logan era troppo debole. Magneto scomparve. Wolverine era svuotato, tremante, il suo potere quasi devitalizzato, non tanto dallo sforzo, ma dal fatto che aveva quasi smesso di crederci. Si inginocchiò affondando i pugni nella neve. Lentamente, le ferite alle mani cominciarono a rimarginarsi. © 2001 Stefano Wo
02/02/2004
Silenzio City
Il cielo oltre gli alberi sulla vecchia discarica trasformata in collina si tingeva di un rosso sempre più acceso, mentre i quattro compagni osservavano i resti del grande demone-robot bruciare. Il fumo era così nero che sembrava un'immensa colonna di carbonio, una specie di scultura surrealista resa immobile dalla distanza.Poi tutti, quasi sincronizzati, si voltarono verso le navette. Zarx sospirò e lasciò scivolare via l'euforia per la vittoria. Era troppo abituato ad aspettarsi l'attacco successivo per permettere a sé stesso di abbassare la guardia e nonostante questo per un istante credette veramente di essere libero, che tutto fosse finito. Poi abbassò lo sguardo verso l'ombra della sera, senza ricordare il nome della paura, senza ricordare che un tempo, di sera, guardava fiero la luce del tramonto e giocava con il volto della morte. La donna chiamata Fiore d'Estate guardava da un'altra parte, forse dentro di sé, oppure oltre il fiume, dove l'oscurità del bosco rendeva opaco il verde acceso degli alberi. Era così magra che, davanti al sole, la luce rossa sembrava avvolgerla consumando i contorni del suo corpo fino a farla apparire come un singolo stelo di fiore, così esile ma così glorioso che nessuno avrebbe mai potuto strapparlo. Zarx percepì la sua forza e la rispettò, poi anche quel pensiero sfuggì come eclissato dal passaggio improvviso di un'ombra. Ma sarebbe tornato presto. Il silenzio che li circondava era solo interrotto dallo scoppiettare dell'incendio a cinquanta metri di distanza, e il prato sembrava immobile e la terra sembrava finalmente avere pace. Nessuno osò interrompere quel silenzio. Il calore dell'incendio muoveva una leggera brezza sulla collina e qualsiasi cosa eccetto gli sguardi sarebbe stata di troppo. Forse un giorno non sarebbe stata una vittoria, ma la Vittoria, e tutta l'umanità avrebbe finalmente festeggiato in silenzio il respiro della Terra. Ma Zarx non credeva nelle profezie tanto in voga al momento. Golia sapeva assaporare i momenti. Nel punto più alto della collina guardava la colonna di fumo surrealista e traeva da essa una nascosta energia, una qualche celata verità. Sembrò farsi più grande e tutto il suo corpo assimilava respirando un emozione che gli altri volevano in qualche modo evitare. Trasse un profondo respiro e spolverò il corpetto della sua armatura rossa. Estrasse la spada, la piantò nella terra e si inginocchiò per pregare il suo Dio. Quale Dio fosse, nessuno l'aveva ancora capito. Un giorno aveva rivelato di discendere da una famiglia austriaca di origine ebraica, ma il taglio dei suoi occhi nel grosso volto rotondo tradivano forse una porzione di DNA orientale. L’elsa della sua spada laser era antica e recava al suo centro l’incisione di una rosa. La gigantesca ala da drago del demone-robot venusiano roteò in alto con un insopportabile stridore metallico e subito dopo rovinò al suolo sollevando un grosso nuvolone di polvere e terra. Fu allora che Fiore d'Estate emerse dal sole nella sua armatura anatomica color lillà, i lunghi capelli dorati che le coprivano la schiena leggermente inarcata all'indietro. I capelli della donna non si scomponevano mai e sembravano rimanere sempre in posizione verticale, come tende luminose. I suoi movimenti erano lenti ed eleganti. Zarx non ricordava di aver mai conosciuto un'altra guerriera come lei, e ne era segretamente affascinato, come si resta affascinati da qualcosa che non sembra di questo mondo. Nessuno sapeva da dove provenisse quando si presentò alla base un giorno di cinque mesi prima, poi raccontò di essere stata allevata nella vecchia America del Nord da una società di indiani neo-Sioux. Sua madre Occhi-Sorridenti le aveva detto di averla trovata in una sfera di metallo lillà caduta dal cielo, in una notte di plenilunio. Fiore d'Estate spostò i suoi occhi azzurri su Anùl, poi inclinò la testa di lato con dolcezza, come se avesse potuto vedere il suo dolore. Anùl cercava uno sguardo di Golia abbassando gli occhi e tracciando solchi con la sua spada di luce e ombra. I capelli chiari delle due donne erano spostati dal vento nella stessa direzione. Zarx le guardò per un po’ prima di dirigersi verso la navetta da combattimento. Il portello si aprì al suo passaggio. Fu allora che sentì le voci. Le voci erano voci di bambini, e provenivano dal lato opposto della collina, dove il verde si distendeva in un'ampia radura di erba alta. Le risate sembravano andare e venire, a seconda della direzione del vento che a volte le faceva sentire vicinissime e poi le faceva sparire in un sussurro attutito. Guardando bene, ogni tanto si poteva vedere qualche piccola testa saltare fuori dall'erba. «Ehi, venite un po' a vedere qua…». Che cosa ci facevano dei bambini in quel posto così lontano dalla base e dai villaggi? I tre si raccolsero attorno a Zarx. A circa trenta metri, due testoline bionde saltarono fuori proprio in quel momento. «Sono bambini.» disse Fiore d'Estate sorridendo. «E come sono arrivati fin qui?» disse Golia. «Chissà da quanto tempo si sono persi...» disse Anùl. Avranno molta fame. Pensò Zarx. «Scendiamo a prenderli. Non è ancora nato il bambino che rinuncerebbe ad un viaggio in navetta. Li portiamo a casa e torniamo alla base.» «Avrebbero potuto essere colpiti, durante la battaglia.» disse Fiore d'Estate cominciando a scendere. «Però non mi sembrano molto spaventati.» aggiunse Golia. Anùl tentò di contare i bambini. «Sembrano quattro. Vedo due teste bionde e due scure.» «Proprio come noi…». Fiore d'Estate guardò Zarx con dolcezza, e sorrisero. Quando arrivarono ai piedi della collina, le voci dei bambini si interruppero bruscamente. I guerrieri si guardarono attorno, si separarono e cercarono un po' nelle vicinanze, muovendo l'erba più alta, ma dei bambini nessuna traccia. Forse avevano avuto paura. Ma dove potevano essere finiti? Il prato non aveva dossi né alberi e si estendeva per almeno un chilometro oltre la collina. «Ehi volete fare un giro sulla mia navetta spaziale?» urlò Zarx. Nessuna risposta. Nemmeno un colpo di tosse. Dopo tre ore di ricerche il sole era calato, e i quattro erano perplessi e scoraggiati. Avevano controllato ogni centimetro del prato, avevano sorvolato la zona più volte, ma niente bambini. Golia aveva un espressione sospesa. «Anche il bio-radar della mia navetta non segnala niente». «Eppure c'erano.» Fiore d'Estate incrociò le braccia, assumendo un’espressione accigliata. «Erano proprio lì.» «Forse era una sorta di allucinazione consensuale…» Ipotizzò Zarx. Anùl manifestò il suo nervosismo: «Ma che allucinazione! Si saranno nascosti in qualche buco, in qualche posto che in qualche modo è schermato e il radar non lo becca. Magari staranno dormendo.» Il silenzio di qualche istante fu rotto dalle parole di Fiore d'Estate. «Non possiamo andarcene così. E' importante trovare i bambini.» Quattro sguardi e quattro tipi differenti di egoismo si fronteggiarono per un po’. Anche quattro tipi differenti di amore. Questa volta per un bel po' si sentì solo il vento. Cominciava a calare il freddo. Leggeri ronzii indicarono l’accensione dei sistemi di riscaldamento delle armature. Che strana notte. Nessun animale e nessun rumore, se non il ronzio delle tute ed i respiri. «Non sentite qualcosa di strano?» I tre si voltarono verso Zarx. «Io non sento niente.» Sussurrò Golia. «Appunto.» Rispose Zarx. Senza ulteriori spiegazioni, spensero tutti il riscaldamento delle tute. L’assenza di suoni era quasi surreale, come se fossero sul fondo dell’oceano. Allora dalla cima della collina arrivò una vocina. «Chi siete voi?» Era stata una bambina bionda a parlare. Era seduta in posizione Yoga accanto alla navetta di Zarx. Forse per questo fu Zarx a sentirsi interpellato. «Noi siamo guerrieri buoni, piccola. Difendiamo la terra dalle armate di Venere. E tu chi sei? Dov'è la tua mamma?» «Io so chi sono io. Siete voi a non sapere chi siete.» disse la bambina con tono lievemente cantilenante. Ma che diceva questa bambina? Non glielo aveva appena detto, chi era? Fiore d'Estate aggrottò le ciglia. «Come ti chiami, bimba? Non vogliamo farvi del male.» «E dove eravate, allora?» Un'altra voce sulla collina. Un bambino, questa volta. Con la mano si mise a posto gli occhiali sul naso. Sembrava un po' più grande degli altri. «Non si stava così male, sapete? Prima che arrivassero i tuoni.» Un'altra bambina bionda. Poi un altro bambino con lunghi capelli ricci. «Però era noioso.» Saltellava su alcuni sassi. «Dove, non si sta male? Qui? E' in questo prato che vivete?» Chiese Anùl. La bambina bionda seduta a gambe incrociate parlò al bambino coi riccioli. «Visto te l'avevo detto. Non hanno capito niente. Andiamocene via.» «Ma ci stavano cercando!» Disse il bambino con gli occhiali. Golia decise di intervenire, interpellando proprio quel bambino. «Dove… dove vivete voi?». Il bambino non rispose. Sembrava in soggezione. Dopo un bel po' di tempo, fu la bambina bionda che stava seduta, rassegnata, a rispondere. «A Silenzio City, no?». Mentre incrociava le dita in una collanina colorata sembrava sul punto di piangere. Era triste come una sorellina piccola che tentasse di ripetere un vecchio gioco con il fratello, ormai divenuto troppo grande per capire. Guardava i quattro con aria sospettosa. Zarx guardò la bambina senza capirne le parole. Ricordò invece di aver notato per caso uno strano effetto ottico. In effetti poco prima il bambino con gli occhiali era sembrato quasi diventare un po' trasparente oltre che impaurito. La notte gioca brutti scherzi, specialmente quando c'è la luna piena. Bambini indisponenti e un po' trasparenti! Forse stava sognando. Silenzio City? Forse c'era veramente una città che si chiamava Silenzio. Non ricordava. Mai stato forte in geografia. Più probabilmente erano cascati in pieno dentro un complicato, fantasioso gioco di bambini. «Lo chiamiamo così.» «Tra di noi.» «Il posto in cui viviamo.» Zarx scosse la testa e avanzò di un passo. «Ok. Ragazzi. Il gioco era molto bello. Ma è tardi, e adesso vi riportiamo a casa, ok?» «Semmai poi facciamo un altro gioco!» disse Golia. «In effetti quello dei bambini che vivono nel silenzio è un po' triste, non vi sembra?» disse Fiore d'Estate ridendo. Anche gli altri risero nervosamente, ma a quelle parole un brivido freddo percorse la schiena di tutti e quattro i compagni, la risata si spense e la bambina seduta a gambe incrociate sembrò farsi un po' più trasparente. Certo che è triste. Sembrò dire la bambina dietro due grandissimi occhi azzurri. Poi guardò il bambino coi riccioli inclinando la testa di lato e con dolcezza da mamma e un sorriso amaro gli disse: «Forse devono crescere ancora un po'…» E i bambini piano scomparirono. Ma sarebbero tornati presto. © 2000 Stefano Wo